PAPA IN TERRA SANTA
Da Egeria, la prima pellegrina cristiana che ci ha lasciato un diario di viaggio nella Terra Santa, in poi, i cristiani non hanno mai cessato di rivolgere lo sguardo e l’attenzione ai luoghi dove il “Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Hanno pagato questo desiderio e la volontà di essere liberi di pregare in quella terra benedetta persino con le famose e discusse Crociate. Paolo VI, quando per primo come Papa ha visitato la Palestina, ha in qualche modo aperto una strada maestra per i suoi successori, dando al pellegrinaggio per eccellenza il crisma dell’ufficialità gerarchica. Papa Montini ha voluto che Pietro tornasse sui propri passi per non dimenticare da dove è venuto e verso dove sempre deve tenere aperto lo sguardo: “Dìte ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno” (Mt 28,10).
Gesù pur essendo il Cristo di Dio, l’Unigenito del Padre, il nuovo Adamo è e rimane per sempre il figlio dell’artigiano e di una donna ebrea chiamata Maria, Gesù Nazzareno. L’appellativo di Nazzareno, evocato dai due discepoli durante il viaggio verso Emmaus, non è solo relazione al luogo, ma ad una condizione umana segnata da semplicità autenticata dalla povertà: “Che cosa può venire di buono da Nazaret?”. Nei discorsi di Paolo VI, che hanno dato un senso definito al pellegrinaggio in Terra Santa, è chiaramente espressa l’intenzione di un ritorno alle radici, non perché siano andate perdute, ma perché abbiano il giusto rilievo nell’economia dell’evangelizzazione e della vita della Chiesa.
Il pellegrinaggio in Palestina ha indubbiamente anche molteplici altri significati politici e sociali, soprattutto d’invito alla pace nella regione e per la riconciliazione tra i due popoli, secondo lo spirito delle Beatitudini che sono risuonate per la prima volta nei campi e tra le pietre di quel paese.
Benedetto XVI si è definito “pellegrino di pace” in quella terra. Uno specifico e attualissimo intento è confermare nella fede la comunità cristiana sempre più impoverita e schiacciata nella lotta tra ebrei e palestinesi. Ma il significato più vero e pregnante è proprio quello di ricordare alla Chiesa e al mondo che là siamo nati, là sono le nostre sorgenti. Nel discorso fatto alla partenza da Roma il 4 gennaio 1964 Paolo VI lo ha affermato con precise parole: “Il Successore del primo degli Apostoli ritorna dopo venti secoli di storia là, di dove Pietro è partito, portatore del Messaggio cristiano. E di fatto vuol essere il Nostro un ritorno alla culla del Cristianesimo, ove il granello di senapa dell’evangelica similitudine ha messo le prime radici, estendendosi come albero frondoso, che ormai ricopre con la sua ombra tutto il mondo (cfr. Matth. 13, 31 s.); una visita orante ai Luoghi santificati dalla Vita, Passione e Resurrezione di Nostro Signore”.
Il cammino della Buona Novella da Gerusalemme a Roma, passando per la Grecia, deve sempre ritornare a “risciacquare i panni” nelle acque del Giordano, prendere le misure del linguaggio dagli echi delle parabole narrate dal Maestro seduto sulla barca presso le rive del lago di Genezaret, meditare sulle lacrime di Gesù, quando previde la distruzione del tempio, versate sulla spianata dove sorge l’imponente dorata Moschea dorata della Roccia.
A Gerusalemme Benedetto XVI non userà la veemenza di Pietro nell’annunciare la Risurrezione ad ebrei e musulmani, dando per scontato che essi sanno di quale Verbo egli sia portatore. Dovrà dire parole vere e calibrate per non offendere la coscienza dei semplici e la suscettibilità dei potenti. Ma la pace, che è andato ad annunciare non è la pace del mondo invano cercata in tanti anni, ma quella del Risorto, che chiede amore e conversione. Di questa pace hanno bisogno i due popoli e il Papa va da mediatore di riconciliazione e perdono. Andrà anche oltre, come Gesù, che è venuto a fare dei due un popolo solo, abbattendo il muro della separazione che divide tragicamente numerosi popoli della terra in lotta fra loro e propone una sola famiglia umana.
Papa Benedetto, in questa grande missione, si trova ad essere di fatto il “protos” della cristianità, il “primo”, il servo dei servi di Dio, che parla a nome dei battezzati, pur sapendo che rimangono dolorosamente in piedi diversità e contrasti confessionali tra cristiani. Conosciamo per esperienza il disagio e lo scandalo per le diatribe nei luoghi santi tra ortodossi, armeni, copti che coinvolgono anche i cattolici. Prendere coscienza della necessità storica ed ecclesiale dell’unità cristiana cercando di superare conflittualità e divisioni, anche questo è un compito affidato al pellegrinaggio di Benedetto XVI, da sostenere con la preghiera di tutti. La ricomposizione dell’unità dei battezzati nel rispetto delle diversità e delle appartenenze è un obiettivo primario di urgente gravità per rendere credibili parole e gesti di pace che si vogliano compiere.
La Chiesa in questi giorni si raccoglie in preghiera e si pone in intima comunione con il successore di Pietro seguendo i suoi passi perché lascino in quella terra e nel cuore della gente una traccia profonda di speranza per un futuro di pace.
Elio Bromuri
(08 maggio 2009)