La sua certezza

PAPA IN TERRA SANTA

Benedetto XVI in Medio Oriente. Al centro di una di quelle terre dove l’inquietudine tra i popoli è maggiore. Nel cuore delle tre grandi religioni monoteiste. Nel braciere, che vorremmo bruciasse per la pace, delle politiche occidentali e mondiali. Con serenità, con la pazienza del pastore, con la fede incrollabile dell’uomo di Dio. E non perché non abbia la consapevolezza della posta in gioco e religiosa e politica e umana del suo pellegrinaggio. Benedetto XVI sa che l’occhio delle telecamere, l’inchiostro dei giornali, il video elettronico di internet generano quella piazza del mondo sulla quale si affacciano i popoli.

È incredibile quanto credenti e non credenti, grandi leader mondiali e reggitori delle sorti economiche, tengano puntata l’attenzione sul capo religioso che meno può contare su un potere politico ed economico. Papa Ratzinger sa che vale solo l’alta statura morale di colui che guida la Chiesa. Di quella Chiesa che è presente dovunque l’uomo ha bisogno. Di quella comunità di credenti che nel tormento delle guerre e della fame non ha mai ammainato la bandiera della riconciliazione, dell’amicizia dei popoli e delle religioni, della solidale compagnia della carità. Il Papa avverte di essere accompagnato in questo itinerario dalle Chiese: il loro impegno per così dire incrementa l’azione del Pontefice.

Per questo Benedetto XVI segue un itinerario di fede, di fratellanza, di amicizia, di preghiera. Con grande serenità. Non gli appartiene la convulsione, ma piuttosto il cauto e pesato ragionamento. Delicato nei modi, anche di fronte a fatti ed esternazioni imprevisti, non teme la chiarezza delle posizioni su tutte le questioni che innervano la sofferenza e la ricchezza della Terra di Gesù, dei profeti, di Abramo, degli apostoli. Di coraggio e di fede è impastata questa visita, questo pellegrinaggio.
A cominciare dal problema delle comunità cristiane. Benedetto XVI ha voluto incoraggiarle soffrendo della loro riduzione a lumicino, pur essendo un grande soggetto di equilibrio e di pacificazione. Il che indirettamente suona quale un invito ai governi a proteggere questo prezioso resto di Israele, in fondo simbolo di un problema più grande e globale: l’esercizio della libertà di coscienza religiosa nel mondo.

In ogni caso Benedetto XVI, che conosce i limiti della stessa Chiesa, anche nella incandescente fucina mediorientale, ha ripreso e ribadito i grandi temi della pace, del dialogo interreligioso, della concordia tra i popoli. Si è commosso davanti al memoriale dell’Olocausto, con un forte richiamo contro il negazionismo. Ha chiesto, si direbbe con cortese supplica, il libero accesso dei fedeli a tutti i Luoghi Santi con il riconoscimento di un nuovo status per Gerusalemme. Di fronte al Muro ha osato invitare a resistere alla tentazione del terrorismo. Ha soprattutto incontrato tutti, convinto che una stretta di mano, uno scambio sia pur ufficiale di intenti, il guardarsi in faccia siano già passi verso la reciproca comprensione. Dovunque ha teso la mano a ebrei, a islamici, a rabbini e mufti, ai rappresentanti di altre confessioni cristiane.

Perché in fondo sono le immagini di un’apertura a tutto campo che costituiscono un discorso ecumenico, tanto religioso che umano-politico. La spianata del tempio o il Monte, il muro del pianto come il campo profughi, la preghiera adorante nella grotta di Betlemme o la supplica a Nazareth, il discorso a Yad Vashem e con le autorità politiche, l’incontro con i patriarchi e i cristiani, l’accorata condanna dell’antisemitismo come l’appello per la riconciliazione fra palestinesi e israeliani, sono segni che sorgono da un’unica ragione: la certezza che la pietra della tomba sul corpo sofferente dell’umanità, incarnata dal Gesù di Nazareth, è stata ribaltata. Si può farlo ancora. A piccoli passi osando oltre i confini della ragione umana con una fede solo apparentemente ingenua e impotente.

Bruno Cescon – direttore “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

(14 maggio 2009)