Elezioni europee
Una gigantesca prova di democrazia – con 375 milioni di aventi diritto al voto in rappresentanza di 500 milioni di cittadini – seconda, per importanza e numeri, solo alle elezioni indiane. Tocca agli inglesi e agli olandesi inaugurare, il 4 giugno, il voto per l’Europarlamento, seguiti dagli elettori degli altri paesi Ue che si recheranno ai seggi nei giorni successivi fino a domenica 7 giugno. A quel punto cominceranno le operazione di spoglio delle schede. Lunedì 8 giugno conosceremo dunque la composizione dell’Assemblea di Strasburgo per la legislatura 2009-2014, ma anche gli orientamenti politici dell’Europa comunitaria, i partiti premiati e quelli bocciati dal “popolo sovrano”.
L’apprensione per gli esiti del voto è giustificata. Riguarda anzitutto il rischio-astensione, ovvero la possibilità che gli europei disertino le urne. L’Ue ha bisogno, per superare il “deficit democratico” e proseguire sulla strada dell’integrazione, di una solida legittimazione popolare. E a maggior ragione è necessario che il Parlamento europeo – unica istituzione comunitaria ad essere eletta a suffragio universale abbia una nuova e ampia consacrazione da parte del corpo elettorale. Dai risultati di tale voto dipendono poi in buona misura gli orientamenti che assumerà la politica “confezionata” dallo stesso Europarlamento, in collaborazione con il Consiglio degli Stati membri e la Commissione. Da qui l’insistenza sull’importanza di “scegliere”, tradotta nello slogan di queste elezioni: “European Elections: it’s your choice”, che in alcuni paesi è stato tradotto con “Usa il tuo voto”.
In realtà tra il 4 e il 7 giugno si modellerà una parte considerevole del futuro profilo comunitario e in questo senso si sono moltiplicati nelle ultime settimane gli appelli alla “responsabilità” per “edificare l’Europa di domani”. Su questa linea si sono espresse anche numerosissime voci ecclesiali cattoliche, evangeliche, ortodosse, ma anche islamiche ed ebraiche -, sottolineando la necessità di pervenire a una “casa comune” fedele alle proprie origini culturali e spirituali, efficace nel rispondere alle attese delle persone e dei popoli, aperta al dialogo con il mondo. Una “Europa di pace”, esempio di convivenza e di sviluppo sostenibile nell’era globale.
Le singole conferenze episcopali degli Stati membri, Ccee e Comece hanno diffuso appelli inequivocabili. Hanno ribadito il concetto di “responsabilità politica” che si esprime anche, ma non solo, attraverso il voto; hanno invitato i cittadini a informarsi sui poteri, il ruolo e i risultati sinora acquisiti dal Parlamento per un voto consapevole; hanno richiamato successi e oggettivi “punti deboli” dell’Ue, ribadendo la necessità di premiare partiti e candidati che intendono impegnarsi a Strasburgo e Bruxelles con competenza, costanza e coerenza.
La Chiesa cattolica ha sempre sostenuto il processo di integrazione: si pensi agli insegnamenti dei pontefici da Pio XII fino a Benedetto XVI – e dei vescovi e al ruolo storicamente svolto da tanti politici di ispirazione cristiana, a partire dai “padri fondatori” Schuman, Adenauer e De Gasperi. La Chiesa conferma oggi questa posizione, sottolineando alcuni punti-chiave: il rispetto per la “laicità” delle istituzioni politiche; la preoccupazione per l’attuale contesto di Europa “secolarizzata”; il dovere della presenza costruttiva e della testimonianza fattiva dei cittadini-credenti, in stretta relazione con i valori professati.
Gianni Borsa – Bruxelles
(01 giugno 2009)