Oltre 20 milioni di disoccupati nei VentisetteHa superato la soglia di 20 milioni il numero dei disoccupati nell’Ue27: lo certifica Eurostat, che rende noti i dati del mercato del lavoro europeo aggiornati alla fine di aprile 2009. La percentuale di chi è rimasto senza impiego si attesta così al 9,2 nella zona euro (16 paesi che adottano la moneta unica), mentre è all’8,6 nell’intera Unione europea. Si tratta del tasso più elevato da dieci anni a questa parte per la zona della moneta unica. Per un raffronto, il dato della zona euro nell’aprile di un anno fa era del 7,3%. Dunque, secondo le stime di Eurostat, sono 20milioni e 825mila i senza impiego nell’Europa comunitaria (4 milioni in più dello scorso anno), oltre 14 milioni dei quali nell’area dell’euro. A livello nazionale, la situazione migliore resta quella dei Paesi Bassi (3%) e dell’Austria (4,2%), la più preoccupante quella di Spagna (18,1% di disoccupati), Lettonia (17,4) e Lituania (16,8). Altri Stati sopra la media comunitaria sono Francia, Portogallo, Ungheria, Irlanda, Slovacchia ed Estonia. Solo due Stati si mostrano in controtendenza avendo registrato una diminuzione dei senza lavoro: si tratta di Romania (dal 6,1 al 5,8%) e Grecia (da 7,9 a 7,8). Per quanto attiene i minori di 25 anni, il tasso di disoccupazione nell’Ue27 si è portato al 18,7%. Volendo verificare la realtà di alcune economie extraeuropee, il tasso di disoccupati registrato negli Usa ad aprile è dell’8,9%, mentre in Giappone è al 4,8%. Sul tema dell’occupazione, la Commissione Ue ha pubblicato il 3 giugno un documento di analisi e di proposta politica che servirà quale contributo al dibattito del summit dei 27 capi di Stato e di governo Ue di metà giugno. La comunicazione si concentra su alcuni punti principali: promozione della mobilità; miglioramento delle competenze attraverso la formazione professionale, così da fornire risposte più efficaci alle richieste del mercato del lavoro; miglioramento dei canali di accesso al mercato del lavoro.Protezione sociale, il Nord Europa spende di piùSi collocano prevalentemente nell’Europa centrale e settentrionale i paesi Ue che dedicano maggiori risorse pro capite alla spesa per la protezione sociale (pensioni di vecchiaia, sanità pubblica, prestazioni a favore delle famiglie, sussidi di disoccupazione…). Lo rende noto Eurostat, secondo il quale le spese di protezione sociale erano pari al 26,9% del Prodotto interno lordo nell’Ue27 nel 2006 (ultimo dato completo disponibile). La spesa media decresce però rispetto agli anni precedenti: il tasso era infatti del 27,1% nel 2005 e del 27,2% nel 2004. I paesi che investono di più per la protezione sociale sono Lussemburgo (dato record con 13mila euro a testa l’anno), Belgio, Germania, Francia, Paesi Bassi, Austria, Regno Unito, Svezia e Finlandia, tutti al di sopra dei 7mila euro l’anno. In fondo alla classifica figurano invece Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Ungheria, ossia paesi reduci dai regimi comunisti. Come spiega l’ufficio statistico comunitario, tali “scarti riflettono differenze nel livello di vita, ma illustrano anche la diversità dei sistemi nazionali di protezione sociale, così come le strutture demografiche, economiche, sociali e istituzionali dei singoli Stati”. Nell’anno preso in considerazione le pensioni di vecchiaia hanno rappresentato il 46% delle spese complessive di protezione sociale, seguite dalle prestazioni per le cure sanitarie (29%), dalle pensioni d’invalidità e familiari (8% ciascuna), dalle prestazioni di disoccupazione e legate all’alloggio o all’esclusione sociale.Dopo-Kyoto: per Dimas l’Ue è sulla buona stradaDiminuisce l’inquinamento prodotto per usi domestici e industriali, aumenta quello per la refrigerazione e il condizionamento dell’aria. Stavros Dimas, commissario europeo responsabile dell’ambiente, ha reso noto nei giorni scorsi che “per il terzo anno consecutivo le emissioni di gas a effetto serra dell’Ue sono diminuite”. “L’inventario delle emissioni compilato dall’Agenzia europea dell’ambiente per il 2007” – ultimo anno per il quale sono disponibili dati completi – “indica un calo dell’1,6% delle emissioni nell’Europa a 15 rispetto al 2006”. Nello stesso periodo l’economia era cresciuta del 2,7%, scindendo in parte il dato dello sviluppo economico con il problema dell’inquinamento atmosferico. Con tale contrazione, riconducibile ad alcuni settori produttivi e anche in relazione a specifiche condizioni meteo, “le emissioni scendono del 5% rispetto al loro livello nell’anno di riferimento”, ossia il 1990, indicando che l’Ue “è sulla buona strada per conseguire l’obiettivo stabilito dal protocollo di Kyoto di ridurre le emissioni dell’8% nel periodo 2008-2012”. Per Dimas, tali riduzioni delle emissioni “confermano che saremo in grado di raggiungere l’obiettivo per noi previsto dal protocollo di Kyoto”.