IRLANDA
Études: dal cattolicesimo al capitalismo
“L’Irlanda è passata da una cultura profondamente cattolica ad una cultura nella quale è divenuto predominante il concetto capitalista di produzione della ricchezza”, e il Paese “è sempre più simile all’insieme dell’Europa di cui fa parte”, ancorché abbia delle difficoltà “ad integrarsi nell’Unione che si va costruendo”. Questa, in estrema sintesi, l’analisi di Eamon Maher, direttore del Centre National d’Etudes Franco-Irlandaises all’Università tecnologica di Tallaght (Dublino). Nel numero di maggio di Études, rivista di cultura contemporanea dei gesuiti francesi, Maher ripercorre i due decenni del cambiamento della già “cattolicissima Irlanda” sottolineandone luci e ombre.Da Parigi a New York. Per lo studioso, uno dei principali fattori del processo di trasformazione dell’Isola verde è costituito “dalla globalizzazione, o, più esattamente, dall’americanizzazione della cultura”. “Storicamente – spiega – l’Irlanda si volgeva verso la Francia in cerca di un Paese alleato contro l’egemonia britannica”: ultimamente, invece, “New York ha sostituito Parigi come polo d’attrazione, e l’America, Paese del capitalismo e terra dove tutto è possibile, è divenuta una nuova Mecca per gli irlandesi desiderosi di scacciare per sempre la povertà del passato e accogliere a braccia aperte le risorse senza fine offerte” dal nuovo mercato globale.“Tigre celtica” e declino della pratica religiosa. In un Paese dove il cattolicesimo “era una questione di identità condivisa più che di fede personale”, prosegue Maher, dagli anni ’90, “quando si è cominciato ad avere notizia degli scandali degli abusi sessuali perpetrati dal clero e degli orrori inflitti ad alcuni giovani all’interno di istituti gestiti da religiosi”, ha iniziato ad aprirsi “una profonda ferita”. A ciò si aggiunge “la difficoltà della Chiesa ad adeguarsi al boom economico e ai cambiamenti sociali degli anni’90”. Per lo studioso, il declino del cattolicesimo ha “coinciso quasi del tutto con il cosiddetto periodo ‘della Tigre celtica’” (1987-2007) che “non ne è stata la causa” ma ne ha certamente “accelerato il processo”. Rispetto ad altri Paesi occidentali, osserva Maher rammentando il celebre sermone del 2007 dell’allora arcivescovo (oggi cardinale) Sean Brady sui pericoli della “Irlanda della Borsa e delle azioni”, “gli irlandesi sono ancora molto praticanti”, tuttavia “il clero sta invecchiando, i giovani sono sempre meno attratti dal sacerdozio” e “in alcuni quartieri di Dublino vi è un’intera generazione giovanile totalmente ignorante in materia di Chiesa e fondamenti della fede”.L’Irlanda e l’Europa. Affrontando la questione dei rapporti Irlanda-Ue, Maher annota che “il rifiuto del Trattato di Lisbona nel giungo 2008 ha provocato un’ondata di choc che si è propagata ben lontano dalle rive dell’Isola verde” che, “forse più di ogni altro Paese, aveva tratto vantaggi dalla partecipazione al progetto europeo”. Analizzando le ragioni del “no” il direttore del Centro studi le definisce “più sottili” di un generico euroscetticismo. “I partiti politici – spiega – hanno condotto una campagna disastrosa per il ‘sì'”, mentre la coalizione del “no” “ha saputo giocare sulle paure dell’elettorato di perdere il proprio commissario europeo, di subire una riforma del regime fiscale molto favorevole alle imprese, e di interventi dell’Ue in ambito di neutralità, aborto e fiscalità”. A ciò vanno aggiunte le forti preoccupazioni del Paese per “le prospettive della fine del boom” e “l’incapacità del governo di proporre soluzioni adeguate per affrontare un futuro economico che appariva cupo”. Favorevoli al Trattato di Lisbona. Dallo scorso giugno, tuttavia, “la situazione è molto cambiata” osserva Maher, citando un recente sondaggio in base al quale il 51% della popolazione voterebbe oggi a favore del Trattato di Lisbona, e solo il 33% si direbbe ancora contrario. Secondo l’Irish Times, questo mutamento è da attribuirsi “ad una migliore presa di coscienza dell’opinione pubblica sull’importanza del Trattato per il futuro dell’Europa”. Un ruolo importante è stato giocato dal recente crollo economico dell’Islanda: “Non è dunque una questione di identità nazionale o religiosa – puntualizza Maher – a potere giustificare questo capovolgimento d’opinione; si tratta piuttosto di un atteggiamento fondato sull’economia”. Secondo il citato sondaggio, “l’80% degli irlandesi ritiene che durante la crisi economica sia meglio essere membri dell’Unione europea”. La rapidità dell’evoluzione dell’Irlanda, processo che altri Paesi hanno conosciuto in tempi più lunghi, per Maher “crea forti tensioni che fanno vacillare riferimenti identitari come il cattolicesimo. La posta del dibattito europeo è sapere se il Paese entrerà nella modernità dell’Europa con tutte le trasformazioni che ne seguiranno”. La popolazione “testimonia la sua inquietudine – conclude lo studioso: saprà mantenere il controllo del suo futuro e dei valori che le sono propri?”.