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Non di sole nomine

Politica europea e attese dei cittadini

Il valzer delle poltrone che si profila nelle sedi comunitarie è stato uno dei motivi di massima attenzione mediatica attorno al Consiglio Ue del 18-19 giugno. La politica, sempre più personalizzata, cerca anche a livello europeo volti da “dare in pasto” all’opinione pubblica, la quale ha bisogno di identificare le istituzioni comuni con leader riconoscibili e facce credibili. Quindi non c’è da stupirsi, e forse nemmeno da rammaricarsi, che buona parte degli articoli a stampa e dei servizi realizzati dalle tv sull’Ue27 si stia orientando alla caccia del prossimo presidente della Commissione, di quello dell’Europarlamento e delle altre cariche dell’Ue previste dal Trattato di Lisbona.La riunione dei capi di Stato e di governo ha trovato “un accordo all’unanimità” sul nome di José Manuel Durao Barroso “quale persona che intendono designare presidente della Commissione europea per il periodo 2009-2014”. Nelle “Conclusioni” del summit si legge a questo riguardo: “Il primo ministro della Repubblica ceca e il primo ministro della Svezia, quali presidenti attuale ed entrante del Consiglio europeo, terranno discussioni con il Parlamento europeo al fine di determinare se” esso “sia in grado di approvare la designazione nella seduta plenaria di luglio”. Perché, dopo aver raccolto la fiducia dei governi, Barroso deve ora passare al vaglio dell’Assemblea di Strasburgo, per ottenerne la fiducia. E il voto favorevole al momento non è affatto scontato: dalla sua parte avrebbe l’appoggio dei Popolari e della destra, mentre Socialisti, Liberaldemocratici, Verdi lo vogliono giudicare sulla base dei risultati finora conseguiti e dei programmi futuri. Mentre la sinistra estrema e gli euroscettici sarebbero comunque orientati a un voto contrario. La votazione per il presidente della Commissione (che entrerebbe in carica dal mese di novembre) si incrocia però con altre variabili. Anzitutto con l’entrata in vigore – o meno – del Trattato di Lisbona, che prevede una procedura modificata rispetto al vigente Trattato di Nizza. Ma, soprattutto, nella partita entrano altre nomine: quella del presidente dell’Europarlamento (per i primi due anni e mezzo della legislatura spetterebbe, secondo accordi politici, al Ppe, per poi passare il testimone a un esponente Socialista, salvo l’inserimento di un terzo “incomodo”, appartenente al gruppo liberale); quella dei presidenti dei gruppi politici e delle commissioni parlamentari di Strasburgo; quella della guida dell’Eurogruppo (Mister Euro), oggi occupata dal lussemburghese Jean-Claude Juncker, in scadenza nel 2010; infine quelle, sempre legate all’entrata in vigore di Lisbona, del presidente “stabile” del Consiglio europeo e del “ministro degli esteri” dell’Ue (comunemente noto come Mister Pesc, ossia “politica estera e di sicurezza comune”). Resta il fatto che la politica europea non può certo limitarsi alle nomine, ai personalismi, ai “leaderismi”. I 500 milioni di cittadini dell’Ue hanno bisogno di una Europa efficace, capace di prendere di petto i problemi che attanagliano la quotidianità e che, con qualche semplificazione, potremmo identificare nell’agenda dello stesso summit: crisi economica e finanziaria, con pesanti ricadute sull’occupazione; cambiamenti climatici, politica ambientale ed energetica; migrazioni, sicurezza, cooperazione con i paesi di provenienza. È su questi argomenti che non sono ammessi tentennamenti, lacerazioni, retromarce: se sui nomi ci si può dividere, sulle risposte da dare alle attese dei cittadini occorrono coesione e unità di intenti. L’alto tasso di astensionismo alle recenti elezioni europee è stato un segnale chiaro in questa direzione.