TERRA SANTA
Il patriarca latino Twal all’assemblea della Roaco
“Non più guerra, non più violenza, non più ingiustizia”. È l’appello lanciato, il 25 giugno, da Benedetto XVI, nel corso dell’udienza concessa ai membri della Roaco, Riunione delle Opere in aiuto alle Chiese orientali, al termine della loro seconda sessione annuale. Il Papa ha ringraziato la Roaco per lo sforzo profuso per “costruire una pacifica convivenza insieme con i fedeli di altre confessioni cristiane e di diverse religioni” e ha ricordato il suo recente viaggio in Terra Santa durante il quale “ho incoraggiato le comunità cattoliche locali a perseverare nella loro testimonianza, piena di fedeltà, celebrazione e, a volte, di sofferenza”. “Rinnovo il mio appello – ha aggiunto il Pontefice – perché non ci siano più guerra, violenza e ingiustizia. La Chiesa universale resta al fianco di tutti coloro che abitano in Terra Santa”.
Il viaggio del Papa. Nel corso dei lavori è intervenuto anche il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, con una relazione sul tema “Vita e testimonianza dei cristiani in Terra Santa. Osservazioni e prospettive del Patriarcato latino di Gerusalemme”. Il patriarca ha tracciato anche un bilancio del pellegrinaggio del Papa in Giordania, Israele e Territori palestinesi, ricordando come sin dal suo annuncio ufficiale questo “avesse suscitato molta inquietudine e resistenze anche da parte cristiana”. Atteggiamento dovuto, ha spiegato Twal, “allo scoraggiamento dei cristiani davanti alla situazione politica e alla paura che il viaggio venisse strumentalizzato in chiave politica”. A causa delle dichiarazioni del vescovo Williamson e del conflitto a Gaza, poi, “sia gli arabi sia gli israeliani si trovavano in uno stato di estrema sensibilità: noi stessi avevamo pensato di chiedere un rinvio del viaggio. Grazie a Dio la visita è stata un vero successo ed una benedizione”. Tra i principali aspetti positivi del viaggio, Twal ha citato i discorsi del Papa definiti “equilibrati e senza compromessi, che hanno preso atto della situazione quale essa è esortando le parti a progredire in modo significativo verso l’edificazione di una società nella quale ci sia spazio per tutti”. “Bisogna riconoscere che la visita di Benedetto XVI in Terra Santa ha avuto più successo tra gli arabi che tra gli ebrei. La sfida adesso è quella di non lasciare che questo grande avvenimento cada nell’oblio”.
Le sfide sociali e politiche. Il patriarca si è soffermato, poi, su un’altra importante, e altrettanto “storica”, visita in Medio Oriente, quella del presidente Usa Barack Obama al Cairo. “Le sfide politiche e sociali della Chiesa in Terra Santa sono lontane dall’essere più facili”, ha dichiarato Twal, che vede nella divisione tra Fatah e Hamas un ostacolo alla pace. “Ma più preoccupante – ha sottolineato – è il nuovo governo Netanyahu in Israele che non parla più di risolvere il conflitto ma si limita a gestirlo. D’altro canto, ha aggiunto Twal, “l’amministrazione di Obama sembra pronta a fare i passi necessari per eliminare gli ostacoli più grandi per la pace” tra questi gli insediamenti.
La condizione dei cristiani. Twal, nel corso della sua relazione, ha poi descritto la vita delle comunità cattoliche e, più in generale, cristiane della Terra Santa, la cui popolazione non ammonterebbe a più di 160 mila persone. “La principale minaccia alla presenza cristiana resta l’emigrazione, un fenomeno non nuovo”, ha detto Twal, che può essere contrastato in diversi modi: “Aiutando i fedeli a prendere coscienza che la loro presenza in Terra Santa è una missione e una vocazione; sostenendo progetti abitativi per le giovani coppie; aumentando il loro livello culturale”. “In quanto minoranza i cristiani devono essere formati e istruiti per ottenere il loro spazio nella società”. Sul piano dell’istruzione il patriarcato è impegnato con le sue 44 scuole e 2 mila impiegati. “Il 30% degli alunni è musulmano perciò – ha sottolineato Twal – questi istituti hanno un notevole impatto sulla società in quanto diplomano ogni anno studenti musulmani e cristiani che hanno una esperienza quotidiana di dialogo”. Altra priorità pastorale è la famiglia: “Molti nuclei, specie in Giordania, si trasferiscono nelle grandi città, e la loro pratica religiosa, legata anche all’appartenenza a clan, diminuisce. Per questo dobbiamo promuovere iniziative volte a riavvicinarle”. Tra le proposte del patriarca alla Roaco, la creazione di “un ufficio che tenga i contatti con le parrocchie della diaspora. Le comunità all’estero – ha spiegato – possono aiutare molto i cristiani che restano”. A pesare sulla condizioni di vita dei cristiani anche la guerra di Gaza che “ha marcato un segno profondo sui fedeli”. “È importante per loro vedere che noi reagiamo subito e in modo concreto alla situazione”, ha detto Twal, che, ringraziando per gli aiuti ricevuti, ha denunciato che “è inutile parlare di ricostruzione se gli israeliani non fanno entrare nella Striscia materiali necessari come cemento, vetro e ferro”. Nonostante tutto si registrano anche diverse luci come “l’aumento del numero dei pellegrini, delle vocazioni, la presenza delle comunità cattoliche ebreofone, circa 300 fedeli con 9 sacerdoti, e l’impegno di oltre 100 gruppi ebrei, musulmani e cristiani che lavorano insieme nel campo della difesa dei diritti umani e della riconciliazione”.