ABRUZZO
Volti di una Chiesa che vive tra la gente
Gignano è una frazione di L’Aquila nata negli ultimi quindici anni nei prati che si estendono alla periferia est della città. Un quartiere di palazzi abitati in prevalenza da famiglie giovani con bambini, ora sfollate sulla costa. Dei mille e duecento abitanti solo un centinaio sono, infatti, rimasti a vivere nella piccola tendopoli che è nata nella parte bassa del quartiere. Un campo particolare perché, pur essendo inserito nel sistema della Protezione Civile, non è gestito da volontari esterni ma sono i membri stessi della comunità ad autogestirsi, guidati da un capo-campo speciale, il parroco don Juan de Dios Vanegas.
Quando il parroco regge una tendopoli. Non è difficile per chi arriva a Gignagno, intuire la nazionalità di don Juan. Una bandiera colombiana sventola in alto sopra le tende, accanto al tricolore. Lo incontriamo in un grande piazzale vicino alla tendopoli dove è stata allestita la tendostruttura che funge da mensa e da chiesa mentre, lì acconto, una tenda più piccola accoglie la ludoteca dove due ragazzi giocano a ping pong. La piccola chiesa del quartiere, invece, non c’è più. È stata abbattuta perché era danneggiata a tal punto da rappresentare una minaccia. “La notte del terremoto – racconta don Juan de Dios Vanegas – siamo usciti tutti dalle case, ritrovandoci in questo piazzale. Subito ci siamo attrezzati con alcuni fornelli e tavoli recuperati dai garage per preparare insieme il pranzo. Siamo andati avanti così, per dieci giorni, senza chiedere aiuti perché sapevamo che c’erano zone che avevano molto più bisogno di noi. Dormivamo in macchina e mangiavamo insieme, poi, abbiamo deciso che era arrivato il momento di rivolgerci alla Protezione Civile e sono andato al Com (Centro operativo misto, ndr). Lì hanno acconsentito a fornirci le tende ma volevano un responsabile, così, mi hanno nominato capo-campo”.
Campi autogestiti dalle parrocchie. Don Juan non è l’unico sacerdote che ricopre questa doppia veste. Don Dante Di Nardo a Pettino e don Dino Ingrao a Collefracido gestiscono due altri campi cosiddetti “autogestiti”. Complessivamente il numero delle tendopoli nell’aquilano continua a diminuire ma le forti scosse degli ultimi giorni hanno provocato una leggera inversione di tendenza portando alcune persone che erano rientrate nelle case a chiedere di riavere il posto nelle tende. “Il bello del nostro campo – continua don Vanegas – è che ci conosciamo tutti e questo rende il clima familiare. Da noi non sono così necessarie una serie di misure di sicurezza come tesserini, controlli, divieti di accesso, che sono invece in vigore in altre tendopoli”. Specie nei campi più grandi, per motivi di sicurezza, sono stati introdotti controlli rigidi sugli accessi alle tendopoli. Misure che sono in alcuni casi alla base del malcontento di chi vi vive. Una vicinanza tra persone, non solo fisica, che aiuta a superare le difficoltà connesse a una situazione, tutt’altro che normale. Anche se, come ammette il sacerdote, “qualche discussione non manca nemmeno qui”. “Quando sono arrivate le tende – aggiunge – nessuno si è trovato a condividere la propria intimità con sconosciuti ma sono state le singole famiglie a scegliere con chi stare. Un fatto molto importante per chi si è trovato improvvisamente con la vita sconvolta”. Tutto nel campo è gestito dagli abitanti ad eccezione dei pasti che vengono portati dalla Croce Rossa. “Certo – conclude il sacerdote – la mancanza di una presenza fissa della Protezione Civile ci toglie forse qualche vantaggio in termini di assistenza ma il fatto di doverci rimboccare le maniche e lavorare insieme ha fatto crescere tanto lo spirito e la consapevolezza di essere comunità. Senza dimenticare che così facendo le persone hanno meno tempo di annoiarsi e per loro il ritorno alla propria vita sarà meno traumatico”.
L’invito dei vescovi. C’è qualcosa però che preoccupa don Juan e molti altri sacerdoti e laici. Una questione seria che rischia di avere ricadute sul contesto sociale di molti paesi e frazioni. Cresce, infatti, tra le tende l’alone di insofferenza nei confronti di quelli che alcuni definiscono “i vacanzieri”, ovvero degli sfollati che hanno accettato la sistemazione sulla costa. “Personalmente – spiega il parroco – non mi sento di condannarli. Molti hanno preso questa decisione per il bene dei loro figli, per toglierli da un contesto difficile”. Una situazione che potrebbe provocare ulteriore frammentazione in comunità già divise dal sisma. Ne sono consapevoli i vescovi della Regione ecclesiastica abruzzese-molisana che hanno invitato i fedeli a “riscoprire la comunione nell’ora dell’emergenza”. Un richiamo contenuto nel sussidio “Il Dio vicino” (testo integrale in .pdf: clicca qui), realizzato per offrire ai fedeli delle “schede per la riflessione personale e comunitaria” che aiutino a “vivere con fede il tempo del terremoto”. “Nell’ora dell’emergenza – scrivono – contro il rischio della disgregazione, che è il risultato dell’isolamento egoistico e del disimpegno rispetto ai problemi altrui, la carità cristiana significa comunione e corresponsabilità. Chi si isola per pensare a sé e risolvere solo i propri problemi è come un membro del corpo che volesse funzionare senza l’armonia con tutti gli altri”. Parole su cui nei prossimi mesi potranno riflettere anche a Gignano, come in tutte le parrocchie di Abruzzo e Molise. Spunti da cui partire per ricucire, insieme, lo strappo causato dal sisma.
dall’inviato SIR a L’Aquila