SARDEGNA
Programma di assistenza umanitaria per cittadini non Ue
Con la deliberazione 27/31 del 9 giugno scorso, la Giunta regionale sarda ha stanziato 700.000 euro per programmi assistenziali per ragioni umanitarie, come da legge nazionale 449/1997 che prevede che “le Regioni autorizzino le Aziende sanitarie ad erogare, compatibilmente con le risorse disponibili, prestazioni che rientrino in programmi assistenziali, approvati dalle Regioni stesse, a favore di cittadini non appartenenti all’Unione europea, che necessitino di cure di particolare specializzazione e urgenza”. Obiettivo del programma è supportare l’azione di istituzioni pubbliche e private, associazioni di volontariato e onlus, con sede in Sardegna, che svolgano attività di cooperazione internazionale o di assistenza umanitaria, rendendo più incisiva la loro azione di aiuto nelle realtà in cui agiscono, anche sul territorio regionale. Un grande supporto. “È importante che questo contributo sia inserito in finanziaria”, evidenzia don Marco Lai, delegato della Caritas dell’arcidiocesi di Cagliari. “Vedo un serio tentativo di collaborazione tra il pubblico e tutto il mondo delle associazioni onlus, ong, istituti religiosi, Caritas, che spesso si fanno carico delle spese per cure mediche e chirurgiche, in Paesi dove le strutture sanitarie sono molto deboli e poco diffuse, di scarsa qualità, o laddove esistono sistemi di governo di tipo militare e si creano situazioni nelle quali alcuni sono curati, altri per vari motivi non lo sono o vengono perseguitati”. La delibera, per il sacerdote, “è un grande supporto per chi opera nel campo, non solo per il sostegno economico, ma anche per l’aspetto culturale: vuol dire recuperare un criterio di disponibilità, d’inclusione”. Questa delibera, pertanto, è “un segno di civiltà, di cultura aperta, ma soprattutto l’attenzione è rivolta a chi è fuori”. Secondo don Lai, “ad occuparsi di questi problemi, andando oltre la legge, prima erano singoli, Caritas o associazioni, adesso ben venga questo finanziamento, che porta alla corresponsabilità”. Non è facile, infatti, rapportarsi con persone che hanno criteri di sanità, d’igiene o malattie diversi dalle nostre. Incontrare gli ultimi. Per Maria Pia Trogu, medico dell’Amci (Associazione medici cattolici italiani), che svolge attività di volontariato in un ambulatorio per stranieri a Sassari, “il bello è che ci siano i progetti, e che si possano portare avanti delle situazioni di cura nei nostri ambulatori. Da noi vengono pazienti irregolari, con la tessera stp (stranieri temporaneamente presenti). Noi prestiamo le cure urgenti ed essenziali, anche un ascesso dentale può essere grave”. Gli immigrati “incontrano i problemi di qualsiasi cittadino – prosegue Trogu – anche con attese lunghe. Qui trovano la disponibilità, anche solo per un consiglio. Ci sono pazienti che hanno bisogno di terapie per malattie croniche, c’è il problema che l’ambulatorio è aperto solo due volte a settimana, ma riusciamo a far fronte anche ai casi particolari”. “Vengono molte nigeriane, con la richiesta degli esami contro l’Hiv: richiedono il test, sono angosciate. Cerchiamo di aiutarle ad uscire dal giro della prostituzione, ma è molto difficile, dovrebbero denunciare i loro sfruttatori”. E ci sono i rifugiati: “Sul corpo spesso vedi i segni delle torture – racconta il medico – la tristezza, la sofferenza nel volto, e te ne vai via con il magone, perché cerchiamo di occuparci della parte sanitaria, ma a volte sono malattie della psiche più che del corpo: a noi manca un mediatore culturale, è grave il problema della lingua, non basta l’aiuto di connazionali da più tempo in Italia”.Agire dentro l’ospedale. “Sono volontaria da tanti anni – dice Giorgina Orgiu, presidente regionale dell’Associazione volontari ospedalieri Sardegna – e il rapporto con i pazienti lo conosco bene. Questo provvedimento ci darà la possibilità di affrontare con più mezzi le difficoltà connesse con la preparazione di base che facciamo prima d’intraprendere l’attività in ospedale, e affrontiamo anche il problema dei pazienti stranieri. Devo dire che in Sardegna, in particolare a Cagliari, ma capita anche ad Olbia, s’incontrano persone di altre culture e provenienze. A livello nazionale si sente molto l’esigenza di andare incontro ai pazienti stranieri e a Reggio Emilia, per esempio, ci sono già dei volontari di cultura araba”. Orgiu sottolinea che “se non sono gli ammalati stessi che ce ne offrono la possibilità non affrontiamo mai direttamente i problemi religiosi: questo approccio è utile perché non si fanno differenziazioni tra ammalati, le persone sono già molto sensibili, la malattia mette l’individuo in una situazione di solitudine, fragilità, debolezza. In noi vedono sempre una figura diversa dagli operatori sanitari e anche dai familiari: vedono l’amico, per cui si confidano molto, richiedono aiuto, solidarietà, vicinanza, la risoluzione di piccoli e grandi problemi pratici, l’alloggio, il sostegno psicologico. Non hanno grosse esigenze, il volontario sta in ospedale per rispondere alle loro richieste”. a cura di Massimo Lavena(03 luglio 2009)