PUREZZA E CASTITÀ

Parole da riscoprire

Una riflessione di mons. Mariano Crociata su Maria Goretti

Oggi "assistiamo ad un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria, con cui fin dall’antichità si è voluto stigmatizzare la fatua esibizione di una eleganza che in realtà mette in mostra uno sfarzo narcisista; salvo poi, alla prima occasione, servirsi del richiamo alla moralità, prima tanto dileggiata a parole e con i fatti, per altri scopi, di tipo politico, economico o di altro genere". A denunciare il "degrado morale" dei comportamenti legati a un cattivo e offensivo esercizio della sessualità, stigmatizzando indirettamente anche pratiche vergognose come la pedofilia, è stato mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, nell’omelia pronunciata il 6 luglio nella casa del martirio di Santa Maria Goretti, a Le Ferriere (Latina). Quella di Santa Maria Goretti, ha esordito mons. Crociata, è "una testimonianza di fedeltà alla propria coscienza e a Dio portata fino alle estreme conseguenze e pagata con il martirio". Una testimonianza di "grande coerenza", che non è "fuori moda" ma manifesta, al contrario, la necessità di riscoprire "parole desuete, come purezza, castità, verginità, che facciamo fatica a pronunciare, che ci fanno forse arrossire". Nata a Corinaldo (Ancona) il 16 ottobre 1890, Maria Goretti, rimasta orfana, morì dodicenne il 6 luglio 1902 per le ferite da punteruolo riportate in un’aggressione. Il colpevole della tentata violenza carnale, Alessandro Serenelli, figlio di un bracciante, fu condannato. "Martire della purezza", Maria Goretti fu proclamata beata 45 anni dopo la sua morte; il rito della canonizzazione, celebrato da Pio XII, avvenne il 24 giugno 1950.

"Libertinaggio" come paradosso. È proprio questo, per il segretario generale della Cei, il "paradosso": che oggi "si sia arrivati ad agire e a parlare con sfrontatezza senza limiti di cose di cui si dovrebbe veramente arrossire e vergognare, e che invece si arrossisca per tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, per dirla con san Paolo". "Qui non è in gioco un moralismo d’altri tempi, superato; è in pericolo il bene stesso dell’uomo, ha esclamato mons. Crociata, spiegando che "l’esempio di santa Maria Goretti ci riporta ad alcune verità umane e cristiane fondamentali: la dignità e l’identità della persona, la grandezza del corpo, la bontà della sessualità, la natura della libertà. Non ci spinge alcun disprezzo del corpo, alcun tabù circa la sessualità, alcun timore della libertà; ci sollecita la pena che suscita lo spettacolo quotidiano di degrado morale che si consuma in tante immagini proiettate dai mezzi di comunicazione e nelle cronache di vite senza fine devastate". "A questa capacità di amare autenticamente, cioè nella logica del dono e non del consumo egoistico e dello sfruttamento – ha ammonito il segretario generale della Cei – abbiamo bisogno di educarci e lasciarci continuamente rieducare", a partire dalla consapevolezza che "una libertà intesa come sfrenatezza e sregolatezza" porta soltanto "alla sottomissione e all’annullamento" dell’altro come persona.

Educare a purezza e castità. Al senso autentico dell’"esperienza della sessualità, della corporeità e della dignità della persona umana", per mons. Crociata, "ci si educa lungo un processo che dura tutta la vita". L’educazione all’amore, ha spiegato il segretario generale della Cei, "abbraccia atteggiamenti come il rispetto del corpo, la custodia della sessualità, insieme alla preparazione alla capacità di donarsi totalmente in una autentica relazione di amore che trova nel matrimonio e nella famiglia il luogo del suo compimento. Purezza e castità riappaiono come valori costitutivi di un tale percorso formativo, in cui ci sono responsabilità di genitori ed educatori, di istituzioni e della società intera". Ricordando le recenti parole del card. Bagnasco sulle "responsabilità" in questo ambito, e sull’"influsso che la cultura diffusa, gli stili di vita, i comportamenti conclamati hanno sul modo di pensare e di agire di tutti, in particolare dei più giovani", mons. Crociata ha osservato: "Nessuno deve pensare che in questo campo non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati; soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio". Di qui la necessità di "interrogarci tutti sul danno causato e sulle conseguenze prodotte dall’aver tolto l’innocenza a intere nuove generazioni", ha concluso mons. Crociata riferendosi indirettamente a piaghe come la pedofilia.