MIGRAZIONI

Nessuno sia lasciato solo

Urgente e indispensabile un ordinamento giuridico internazionale

“Oggi siamo tutti consapevoli di vivere in un mondo sempre più globalizzato e segnato profondamente da diversità culturali, sociali, economiche, politiche e religiose. Siamo inoltre sollecitati da quotidiani fatti di cronaca che pongono interrogativi sull’accoglienza o sul respingimento dei migranti, nel Mediterraneo e in Europa come ai confini tra Messico e Stati Uniti d’America, in Estremo Oriente come all’interno dei Paesi dell’Africa subsahariana e ovunque ci siano rilevanti flussi migratori”. Sul numero di luglio-agosto della rivista dei gesuiti italiani “Aggiornamenti sociali”, mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, riflette sull’accoglienza dei migranti chiedendosi se si tratta di “un’«invasione» dalla quale bisogna «difendersi»” o se “i poveri hanno il diritto, appunto perché poveri, di bussare alle porte delle società benestanti”. Il fenomeno delle migrazioni, spiega il prelato, “va considerato non come semplice dato statistico e socioeconomico, ma come un fatto problematico e complesso, che ha al centro uomini e donne” anche “se stipati nella stiva di un’imbarcazione o in fuga attraverso altri percorsi, via aria o via terra”. Nasce così “la prima sfida per coloro che hanno retta coscienza, poiché risulta evidente quanto sia indispensabile l’istituzione di un ordinamento giuridico internazionale, che stabilisca un’effettiva condivisione di responsabilità tra i Paesi di partenza, di transito e di destinazione dei flussi migratori, cosicché nessuno sia lasciato solo nel gestire le difficili situazioni che inevitabilmente si creano” ed è dunque “indispensabile” e “urgente” l’adozione di “appropriate normative”. Diritti e doveri. Risulta necessario, dunque, “riformulare le politiche di accoglienza con un piano di solidarietà concordata, anche per gestire il fenomeno con scelte preventive” senza dimenticare che è “innegabile l’autorità sovrana degli Stati nel definire i requisiti di accesso e di permanenza degli immigrati” ma “l’esercizio di tale sovranità è giuridicamente circoscritto dalla ratifica dei trattati internazionali” e dal rispetto della “tutela della dignità della persona e dei gruppi umani” e della “promozione dell’unità fondamentale del genere umano”. Ad ogni buon conto, prosegue il vescovo, “i diritti umani fondamentali, garanti della dignità della persona, devono essere pienamente assicurati” così come “i diritti del mondo del lavoro” e “i diritti sociali” perché “se gli immigrati contribuiscono al benessere della società che li accoglie, è ragionevole che abbiano pure accesso alla ricchezza che aiutano a creare”. Allo stesso modo vale “per i doveri, che tutti devono assumersi per garantire la reciproca sicurezza, lo sviluppo e la pace”: “È sotto gli occhi di tutti, invece, che ci troviamo di fronte alla tendenza di molti Paesi a trincerarsi, a chiudersi, ad assicurare il livello di benessere raggiunto dentro le proprie mura, senza prestare sufficiente attenzione alle necessità di chi si trova fuori le mura, con grave omissione del principio di solidarietà”. In effetti, sottolinea mons. Vegliò, “l’analisi della storia delle migrazioni dimostra che un’accoglienza graduale e ordinata, rispettosa ma non ingenua, da una parte fa emergere il senso umanitario della solidarietà e dell’ospitalità e, dall’altra, aumenta il potenziale produttivo in campo economico e arricchisce gli scambi sociali”. Il rispetto della differenza. In questo contesto, “sfida e obiettivo di fondo è la costruzione di una «società integrata» e questo richiede non tanto la difesa di culture e religioni contrapposte, quanto piuttosto, da un lato, l’adozione di nuove reti di solidarietà contro la miseria e l’esclusione sociale e, dall’altro, l’incontro di culture e il dialogo che favoriscano la relazione, lo scambio e il vicendevole arricchimento”. Oggi la sfida più importante “è quella dell’accoglienza dell’altro” e “la soluzione del dramma migratorio è in gran parte di tipo politico, ma nel contempo viene posto un «test di civiltà», che si fonda sulla giustizia e sul rispetto della dignità della persona, mai trattata come merce o mera forza lavoro”. Educare all’intercultura, aggiunge mons. Vegliò, “significa anzitutto aiutare a coltivare le premesse della pace, come la tolleranza, la giustizia, la magnanimità e il perdono” e questo “implica ovviamente l’impostazione di tutta una pedagogia per l’accoglienza delle differenze, per la cultura del dialogo, nella reciprocità e solidarietà”. Conclude il vescovo: “La strada da battere è quella della differenza nella comunione. La differenza non è una menomazione, è una ricchezza. E l’uguaglianza si può realizzare nel rispetto della differenza, purché ci si liberi della categoria del «nemico», che demonizza e criminalizza il forestiero”.