BENEDETTO XVI

Uno stile nuovo

Rinnovato il monito ai Paesi ricchi

Servono risposte globali a ingiustizie non più tollerabili. Il G8 si è appena concluso, i leader che vi hanno preso parte devono ora trovare le strade per mettere in atto quanto a L’Aquila è stato discusso; papa Benedetto torna a ricordare che il mondo, i popoli non possono più attendere, troppe le diseguaglianze, troppi Sud ancora esistono nel nostro pianeta. Un discorso a due giorni dall’incontro in Vaticano con il presidente americano Barack Obama, con il quale i temi dello sviluppo, gli interventi per aiutare i Paesi poveri, un’economia più attenta all’uomo sono stati argomento del lungo colloquio privato. Temi che aveva già messo in evidenza nella lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e attraverso di lui ai leader presenti all’appuntamento abruzzese per sottolineare che non è più possibile avere un mondo dove il 20 per cento della popolazione consuma l’80 per cento delle risorse; c’è bisogno di uno stile nuovo, più sobrio. Temi ancora che aveva con più forza messo nero su bianco nell’enciclica “Caritas in veritate”, nella quale sottolinea che lo sviluppo c’è stato e continua ad essere un fattore positivo che ha tolto dalla miseria miliardi di persone, ma va riconosciuto che lo stesso sviluppo economico è stato e continua ad essere gravato da distorsioni e drammatici problemi, messi ancora più in risalto dall’attuale situazione di crisi. Per questo di fronte a un’attività finanziaria per lo più speculativa, a flussi migratori spesso provocati e mal gestiti, allo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, occorre essere capaci di nuove responsabilità, di riscoprire valori di fondo su cui costruire il futuro. La crisi ci obbliga, scrive il Papa, ad approfondire alcuni aspetti dello sviluppo economico integrale alla luce della carità nella verità.
All’Angelus torna così a parlare di queste problematiche “drammaticamente urgenti”, di “sperequazioni sociali e ingiustizie strutturali non più tollerabili, che esigono, oltre a doverosi interventi immediati, una coordinata strategia per ricercare soluzioni globali durevoli”. Al summit i capi di Stato e di Governo del G8 “hanno ribadito la necessità di giungere ad accordi comuni al fine di assicurare all’umanità un futuro migliore”. La Chiesa ricorda, papa Benedetto, “non possiede soluzioni tecniche da presentare, ma, esperta in umanità, offre a tutti l’insegnamento della Sacra Scrittura sulla verità dell’uomo e annuncia il Vangelo dell’amore e della giustizia”.
Ed ecco che il Papa ripropone i contenuti della sua terza enciclica “Caritas in veritate”, resa nota proprio alla vigilia del G8. Si legge: “Occorre una nuova progettualità economica che ridisegni lo sviluppo in maniera globale, basandosi sul fondamento etico della responsabilità davanti a Dio e all’essere umano come creatura di Dio”. Questo perché “in una società in via di globalizzazione, il bene comune e l’impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell’intera famiglia umana”. È il Papa stesso a sottolineare il legame con la “Populorum progressio” di Paolo VI e l’attenzione alla questione sociale, che, afferma, è diventata “radicalmente questione antropologica”, nel senso cioè che essa implica il modo stesso di concepire l’essere umano “sempre più posto nelle mani dell’uomo stesso dalle moderne biotecnologie”. E prosegue scrivendo che “le soluzioni ai problemi attuali dell’umanità non possono essere solo tecniche, ma devono tener conto di tutte le esigenze della persona, che è dotata di anima e corpo, e devono così tener conto del Creatore, Dio. Potrebbe infatti disegnare foschi scenari per il futuro dell’umanità «l’assolutismo della tecnica», che trova la sua massima espressione in talune pratiche contrarie alla vita. Gli atti che non rispettano la vera dignità della persona, anche quando sembrano motivati da una «scelta di amore», in realtà sono il frutto di una «concezione materiale e meccanicistica della vita umana», che riduce l’amore senza verità a «un guscio vuoto da riempire arbitrariamente» e può così comportare effetti negativi per lo sviluppo umano integrale”.
È l’aspetto più innovativo dell’enciclica di papa Benedetto, che sottolinea come il discorso dello sviluppo sia oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con la natura: “L’accaparramento delle risorse energetiche non rinnovabili da parte di alcuni Stati, gruppi di potere e imprese costituisce, infatti, un grave impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri”. Ma, afferma Benedetto XVI, “se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale. È una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell’ambiente naturale, quando l’educazione e le leggi non le aiutano a rispettare se stesse”.
Per quanto sia complessa l’attuale situazione nel mondo, la Chiesa non può non guardare al futuro con speranza. Quella stessa speranza che anima l’enciclica e la lettera ai leader del G8, ma che è filo conduttore di tutto il pontificato. Speranza che mette in primo piano affinché in Honduras si percorra “pazientemente la via del dialogo, della comprensione reciproca e della riconciliazione”. Questo è possibile, dice ancora il Papa, “se, superando le tendenze particolariste, ognuno si sforza di cercare la verità e di perseguire con tenacia il bene comune: è questa la condizione per assicurare una convivenza pacifica e un’autentica vita democratica”.

Fabio Zavattaro