paolo borsellino

L’eroismo di ogni giorno

La memoria è fondamentale per combattere la mafia” “

Sono passati 17 anni, e nelle menti e negli occhi è ancora vivo il ricordo di quel 19 luglio del 1992, quando in via D’Amelio a Palermo il giudice Paolo Borsellino fu ucciso insieme con gli agenti della sua scorta. Tutte persone che svolgevano il loro servizio, compiendo nella quotidianità il proprio dovere. Eppure, a distanza di quasi un ventennio, la loro testimonianza resta attuale. E, per certi versi, scomoda.

Sulla bocca di tanti, nella quotidianità di pochi. "Non si può ridurre il messaggio di Paolo Borsellino alla solita retorica convenzionale. Quella la sanno fare tutti, anche gli amici dei mafiosi o i politici collusi. Al di là della battaglia contro la mafia in senso stretto, si è perduta l’idea che ci sono dei criteri ai quali attenersi, un livello etico imprescindibile che richiede l’essere pronti a rischiare perfino la vita. Il vero messaggio è quello che impegno significa equilibrio tra forme e contenuti, tra rispetto delle norme e impegno giornaliero. Impresa difficile, ma essenziale". Per Giuseppe Savagnone, già direttore diocesano del Centro per la cultura di Palermo e dell’Ufficio per la cultura, l’educazione, la scuola e l’università della Conferenza episcopale siciliana, "c’è una lezione che Borsellino ha consegnato alla magistratura perché realizzi un equilibrio che vada oltre lo stucchevole rispetto del diritto. Ma c’è anche un’altra lezione consegnata questa volta alla società civile e che supera di gran lunga l’impegno contro la mafia. Un insegnamento che ammonisce gli uomini e le donne di questo nostro tempo ad impegnarsi in prima persona per il bene comune". Savagnone, che quale docente di storia e filosofia nei licei di Palermo ha conosciuto il giudice antimafia in qualità di padre di due dei suoi alunni, sottolinea che "questo principio Borsellino lo proclamava, ma ne faceva anche esperienza diretta e personale, sul lavoro e in famiglia. Oggi, invece, non si è disposti a sacrificarci o peggio ancora a rischiare per qualcosa che vada oltre il proprio interesse. Coltivare al di fuori del proprio ristretto orticello richiede serietà ed impegno etico nella propria professione, qualsiasi essa sia. È questo che Borsellino ha dimostrato con la propria vita, il proprio impegno e finanche con la propria morte. La possibilità di crescere da veri uomini e donne è una testimonianza che supera il tempo. Che siano trascorsi 17 o 170 anni non cambia: il vero problema è riuscire a scuotersi dall’andazzo quotidiano. Un messaggio attuale? Sebbene le parole che usiamo siano di moda – dice Savagnone – non mi sento di dire che la lezione di Borsellino sia attuale. Anzi la ritengo fortemente inattuale, quando il metro di misura è la scomodità di certi esempi".

Né santo, né eroe. "Una persona che, come gli agenti della sua scorta, faceva quotidianamente il proprio servizio, che ha realizzato normalmente il proprio dovere". Per Antonello Ferrara, segretario del Movimento lavoratori di Azione Cattolica (Mlac) in Sicilia, "Paolo Borsellino non pensava di essere un santo o un eroe, ma lo svolgere con impegno il proprio mestiere può tristemente diventare attività speciale, vero e proprio atto di eroismo". Sul sito dell’Ac (www.azionecattolica.it), Ferrara evidenzia che "per molti la morte di Borsellino, seguita a quella di Falcone, è diventata un fatto personale, è come se avessero ucciso dei nostri familiari. Uno schiaffo all’Italia che avrebbe fatto alzare in piedi non solo lo Stato Italiano, ma l’intera società civile. Il sentimento che è emerso successivamente – dice – non era rabbia, ma l’orgoglio di riprendersi ciò che lo Stato aveva perso: il controllo del territorio". Così già "all’indomani di quelle stragi la società civile ha deciso di rimboccarsi le maniche e di confrontarsi insieme allo Stato per realizzare una maggiore attenzione verso il bene comune. Una scelta non indolore, ma costata la vita ad altre persone, tra le quali don Pino Puglisi e don Giuseppe Diana. Purtroppo oggi quella spinta propositiva si sta esaurendo – dice il segretario del Mlac Sicilia – proprio quando cominciamo ad intravedere i frutti del grande lavoro del mondo associativo, come la legge sui beni confiscati. E lo spegnersi di quel trasporto emotivo dei primi tempi, rischia oggi di fare il gioco della mafia".

La "normalità" dell’impegno. Per il Mlac Sicilia, è "necessario e fondamentale far emergere sempre più la fantasia dei giovani, sia per l’utilizzo degli spazi pubblici a fini sociali, sia per aiutarli a creare impresa solida e significativa. Se i giovani creano impresa, se vanno oltre la logica del posto fisso, se occupano gli spazi alle imprese colluse, se diventano l’esempio della ribellione al pizzo e all’usura – conclude Ferrara – avremo fatto probabilmente solo cose normali, nulla di speciale, ma avremo seguito l’esempio di Paolo, e della sua scorta, di Emanuela, Agostino, Vincenzo, Walter e Claudio, che ancora oggi ringraziamo per la loro normalità che ha segnato il nostro tempo e che è l’esempio del nostro futuro".