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A volte lontane

L’Unione europea e le comunità cristiane

Si è aperta il 15 luglio a Lione, in Francia, nella storica chiesa di San Bonaventura la XIII Assemblea generale della Conferenza delle Chiese europee (KEK). “Chiamati a un’unica speranza in Cristo”: questo il tema su cui sono chiamati a riflettere e discutere oltre 750 delegati delle Chiese membro della Kek e cioè delle chiese ortodosse, protestanti, anglicana e vetero-cattolica presenti in Europa. Come rappresentanti della Chiesa cattolica (che non fa parte della Kek), sono stati invitati alcuni membri del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, in particolare il card. Paul Ricard, vice presidente del Ccee e arcivescovo di Bordeaux e il segretario generale del Ccee, padre Duarte da Cunha. Ecco un passaggio della relazione del presidente della Kek, Jean-Arnold de Clermont, a conclusione del mandato di sei anni.A Sibiu, per la prima volta l’Assemblea ha compreso 2.500 delegati, vale a dire la più grande rete ecumenica europea mai riunita da sempre. Nonostante le imperfezioni, l’assemblea di Sibiu ci ha chiamati, in modo forte, ad essere più impegnati in una testimonianza comune. È stato in effetti come un plebiscito in favore della Carta Ecumenica che ha fatto da filo conduttore a quell’incontro. Credo che oggi, sulla scia di Sibiu, dobbiamo rispondere all’attesa ecumenica che in quella sede è stata formulata. E ciò significa anche stringere più relazioni con la Chiesa cattolica romana. Non ho l’ingenuità di pensare che sia semplice stemperare le tensioni ecclesiologiche e teologiche che permangono tra le nostre Chiese. Non è quanto avviene già tra le Chiese membro della Kek? Ma sono convinto che abbiamo percorso fino ad oggi solo la metà del cammino che possiamo fare insieme nel contesto di ciò che già ci unisce, teologicamente e spiritualmente. E siamo colpevoli noi se questo cammino non viene esplorato, in un mondo che ha tanto bisogno di una testimonianza comune dei cristiani. Non abbiamo soluzioni-miracolo riguardo al riscaldamento del pianeta e alla crisi finanziaria e non abbiamo alcuna risposta in materia di relazioni Nord-Sud o di costruzione della pace … ma abbiamo la capacità di dare un senso ai dibattiti e alle azioni riguardanti il futuro del nostro mondo, cioè l’attenzione prioritaria rivolta ai piccoli, il rifiuto di essere in balia di una fatalità. E tutto ciò come riflesso della nostra speranza in Cristo, e la convinzione che “l’uomo non si nutre di solo pane”. Un’ultima osservazione. Essa si ispira alle elezioni europee dello scorso mese di giugno. Se l’astensione è stata così forte in molti Paesi, essa non è stata l’espressione di un’opposizione al progetto europeo, ma l’espressione di una mancanza di appropriazione del progetto europeo da parte della stragrande maggioranza dei nostri cittadini. L’Europa è una realtà culturale, geografica, umana… ma l’Unione europea rimane vuota di significato per molti, una questione per specialisti. Non è sorprendente che questo avvenga anche per i membri delle nostre Chiese: essi confessano l’universalità della Chiesa e vi partecipano; ma quando le Chiese cercano di esprimere la loro speranza e la loro unità in Cristo nel continente europeo e al servizio dell’umanità tutta intera, tutto ciò resta spesso lontano se non addirittura sconosciuto ai più. Ora, il movimento ecumenico, come celebrazione della gloria di Dio, come testimonianza comune resa alla Sua Parola, come servizio reso in nome di Cristo all’umanità, è l’espressione probabilmente più fedele della speranza in Cristo, alla quale siamo chiamati. Fa eco alla speranza che Dio ha per il nostro mondo. La Conferenza delle Chiese Europee (Kek) ha bisogno di ciascuna Chiesa del nostro continente perché questa eco si faccia sentire sempre più nel modo giusto.