RAPPORTO SVIMEZ

Di più pagano i giovani ” “

Il Sud continua ad essere terra di emigrazione

Fuga di manodopera ma anche di cervelli. Secondo il Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno (presentato il 16 luglio a Roma – info: www.svimez.it), negli ultimi 11 anni dalle Regioni del Sud sono partite 700 mila persone. Un dato che fotografa un Meridione in recessione, colpito dalla crisi nel settore industriale (dove il Pil ha registrato un -3,8%), che da sette anni consecutivi cresce meno del Centro-Nord, cosa mai accaduta dal dopoguerra ad oggi. Se nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; nel 2007 la percentuale è salita a quasi il 38%. Oltre a ciò il Rapporto evidenzia anche il cosiddetto fenomeno dei “pendolari di lungo raggio”, ovvero coloro i quali, circa 173 mila, vivono al Sud ma lavorano altrove e tornano a casa per il fine settimana o un paio di volte al mese. Per chi decide di restare le possibilità di trovare lavoro sono veramente basse, come conferma anche il dato dei cosiddetti “scoraggiati”, quelli, cioè, che hanno abbandonato la speranza di trovare un’occupazione: sono cresciuti di 95 mila unità e in 4 anni, dal 2004 al 2008, di ben 424 mila unità. L’Italia, sostiene lo Svimez, detiene, inoltre, il triste primato del tasso di disoccupazione giovanile più alto in Europa, di cui è responsabile soprattutto il Mezzogiorno. Nel 2008 solo il 17% dei giovani meridionali tra i 15 e i 24 anni lavora contro il 30% del Centro-Nord. Dalla fotografia del Meridione italiano, scattata dallo Svimez, risultano anche realtà economiche eccellenti, che, purtroppo non diventano sistema e non attraggono investitori e turisti stranieri. Abbiamo chiesto un commento a Paola Ricci Sindoni, docente di filosofia morale all’Università di Messina.

Sicuramente i dati Svimez non l’hanno sorpresa?
“Concretamente nella nostra pratica universitaria vediamo con crescente inquietudine questa nuova ondata di emigrazione dei nostri giovani all’esterno e al Nord. Questo è il segnale che il divario tra Nord e Sud va aumentando e che una nuova questione meridionale andrebbe posta all’attenzione”.

Intanto, a livello personale, cosa le suscita vedere i suoi studenti lasciare la loro terra?
“È la percezione triste di un territorio che si va sempre più impoverendo non solo di risorse economiche ma anche di risorse intellettuali e questo è un dramma perché continua a scavare questa frattura tra Nord e Sud, in maniera concreta, visibile. E questo dice molto in ordine al fatto che la questione meridionale non è una questione di erogazione di beni economico-finanziari come, per esempio, il progetto del ponte di Messina, quanto invece la necessità di creare le condizioni perché i giovani rimangano nel loro territorio e lo arricchiscano con le loro competenze”.

Quali sono queste condizioni?
“Intanto cercando di valorizzare le risorse culturali del Meridione. Ad esempio, non continuando a tagliare in maniera così spesso punitiva i fondi per le università e le istituzioni culturali meridionali in nome di alcuni indici che francamente sono impossibili da raggiungere perché non ci sono appunto le condizioni. Creare le condizioni significa aiutare il Sud a crescere con le sue energie, senza che queste debbano scappare altrove per esprimersi”.

Crede invece possibile fare pressione sui giovani perché non abbandonino il Sud?
“Bisogna, ripeto, creare le condizioni perché i giovani possano rimanere. Perché i giovani vogliono rimanere. Per queste persone, andare via dal territorio significa angoscia, preoccupazione per il futuro. Si tratta sempre di un taglio forzato anche dei legami affettivi e culturali con la loro terra. Invitarli a rimanere significherebbe invitarli ad accontentarsi di piccole soluzioni che non sono qualificanti per le loro lauree. Come una sorta di «attappabuchi» in una situazione economica che va sempre più degradandosi. Non si può dire, ad esempio, ad un giovane laureato in legge di accontentarsi di 200/300 euro al mese per fare un po’ di praticantato in qualche studio. Si assiste poi ad una corsa sfrenata ai pochissimi posti fissi nelle scuole e nelle istituzioni pubbliche. È chiaro che poi l’unica alternativa è quella di andarsene”.