CARITAS IN VERITATE
Chiesa e sviluppo umano integrale
“La Caritas in veritate ribadisce la «pretesa» cristiana: senza di me non potete fare nulla”. Così mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo eletto di Trieste, finora segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, riassume la portata della terza enciclica del Papa, che “è destinata a parlarci a lungo ed a lungo noi dovremo parlare di essa”. “Dopo circa venti anni dalla Centesimus annus di Giovanni Paolo II – osserva infatti il vescovo – la Chiesa riprende ancora in mano il bandolo della matassa della costruzione del mondo e trasforma la questione sociale nella questione dello sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”. Abbiamo rivolto alcune domande a mons. Crepaldi.
Perché è così importante la “pretesa” cristiana?
“Senza la forza della carità e la luce della verità cristiane l’uomo non è capace di tenersi insieme, perde i propri pezzi, si contraddice, si scompone e si decompone. Destra e sinistra, conservazione e progressismo, capitalismo e anticapitalismo, natura e cultura… queste e altre separazioni e riduzioni vengono completamente sorvolate: la realtà è più di esse e la realtà è data dalla carità e dalla verità. Si pensi alla più frequente delle scomposizioni ideologiche: la separazione dei temi della vita e della famiglia da quelli della giustizia sociale e della pace. Separazione evidentissima, per esempio, nel riduzionismo ecologista o nello sviluppo dei popoli poveri collegato con l’aborto o la pianificazione riproduttiva forzata. L’enciclica dice che tutto ciò va tenuto insieme. Si pensi alla frequente interpretazione dello sviluppo solo in termini quantitativi, a fronte di altre cause – qualitative – sia del sottosviluppo sia del supersviluppo. L’ideologia della tecnica è il nuovo assolutismo perché separa: se tutti i problemi della persona umana si riducono a problemi psicologici risolvibili da tecnici esperti si finisce per non sapere nemmeno più cosa si intenda per sviluppo. L’uomo è unità di corpo e anima. La Caritas in veritate riconsegna allo spirito e alla vita eterna il loro posto nella costruzione della città terrena”.
È in questo senso che, come dice il Papa, la “questione sociale” è diventata “questione antropologica”?
“La «pretesa»cristiana è riuscire a tenere insieme il tutto. Ma è anche quella di rispondere ad un bisogno, meglio ad una attesa. Anche questo secondo aspetto della «pretesa» cristiana c’è tutto nell’enciclica. Senza negare i diversi livelli di verità e di competenza, e quindi senza negare anche i propri limiti, la Chiesa sa di annunciare la Parola definitiva e che questa Parola non si aggiunge dall’esterno come un’opinione, ma pretende di essere la risposta alle attese umane. Dio ha così il suo posto nel mondo e la Chiesa un suo «diritto di cittadinanza». Che Dio abbia un posto nel mondo richiede che il mondo ne abbia bisogno anche per essere mondo, ossia per conseguire i suoi fini naturali, viceversa Dio è superfluo. Utile, magari, ma non indispensabile. Se Dio è solo utile allora il cristianesimo è solo etica. Se, invece, Dio è indispensabile allora la fede purifica la ragione e la carità purifica la giustizia. Purifica significa che le rende effettivamente ragione ed effettivamente carità. Come dire che senza la fede la ragione non riesce ad essere ragione e senza la carità la giustizia non riesce ad essere giustizia. Non si comprenderà a fondo la Caritas in veritate se ci si soffermerà solo sui singoli capitoli tematici, senza tenere in conto la visione generale. Il tema vero dell’enciclica è il posto di Dio nel mondo”.
Che rapporto c’è tra la prospettiva del dono, di cui parla il paragrafo 43, e quella della libertà e della responsabilità?
“La Caritas in veritate colloca il tema dello sviluppo in questo ultimo ambito, non quello dei meccanismi ma quello della responsabilità. Questa non nasce da quanto produciamo noi, ma dall’accoglienza di doveri indisponibili. Al contrario la libertà sarebbe arbitraria e la responsabilità irresponsabile. Da una modernità irresponsabile ad una modernità responsabile: è questo il cuore del paragrafo 43. Il pensiero e il cuore – se non ridotti ad opinione e a sentimento – ci mettono davanti a quanto ci interpella perché non prodotto da noi. Ci indicano il senso vero dello sviluppo da assumere liberamente e responsabilmente, senza affidarne la realizzazioni solo a burocrazie o a meccanismi. La grandezza della Caritas in veritate sta nel suo respiro. Senza Dio, si legge nella conclusione, l’uomo non sa dove andare e non sa nemmeno chi egli sia. Senza Dio l’economia è solo economia, la natura è solo un deposito di materiale, la famiglia solo un contratto, la vita solo una produzione di laboratorio, l’amore solo chimica e lo sviluppo solo una crescita. L’uomo ondeggia tra natura e cultura, ora intendendosi solo come natura ora solo cultura, senza vedere che la cultura è la vocazione della natura, ossia il compimento non arbitrario di quanto essa già attendeva”.