PIEMONTE
Aggiornamento della normativa sui migranti
La Giunta regionale del Piemonte ha approvato nella seduta dell’8 giugno il disegno di legge (ddl 627) sull'”integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati in Piemonte”. La proposta di legge, per l’elaborazione della quale la Regione ha coinvolto anche associazioni ed enti cattolici operanti sul territorio, intende sostituire la ormai desueta normativa regionale attualmente in vigore, approvata vent’anni fa, nel 1989. L’intento dell’amministrazione regionale è quello di rispondere alle profonde trasformazioni avvenute, in Piemonte come nel resto d’Italia, sul tema dell’immigrazione, sia comunitaria sia extracomunitaria: da un lato l’adattamento ai cambiamenti legislativi europei e statali, dall’altro l’esigenza di seguire l’evoluzione di un fenomeno, quello migratorio, che sempre di più coinvolge l’intero nucleo familiare di origine. Migranti per restare. I dati del rapporto Ires (Istituto di ricerche economico sociali del Piemonte) del 2008 sull’immigrazione parlano chiaro: la forte crescita della presenza straniera in Piemonte, oltre 45 mila i nuovi arrivi registrati nell’ultimo anno, +23% rispetto al 2007, è costituita in buona parte da nuclei familiari, mentre tra neonati e minorenni la quota di stranieri è in aumento, sintomo di un radicamento sul territorio delle famiglie immigrate. In totale, secondo la stima del Dossier statistico Caritas 2008, la presenza dei migranti in Piemonte rappresenta il 7,1% della popolazione residente.I contenuti. Il disegno di legge approvato in Giunta regionale e passato ora all’esame del Consiglio, ribadisce non solo “le pari opportunità nell’accesso ai servizi e l’uguaglianza con i cittadini italiani nel godimento dei diritti civili”, ma anche “la volontà di rimuovere gli ostacoli che ad esse di fatto si frappongono e di contrastare ogni fenomeno di discriminazione e razzismo”. Assegna poi alla Regione le funzioni di osservazione del fenomeno migratorio, programmazione, coordinamento e valutazione degli interventi, oltre alla redazione, ogni tre anni, del Piano integrato per l’immigrazione, il documento che orienta la programmazione regionale nei singoli settori attraverso il coordinamento tra le politiche sociali, sanitarie, dell’istruzione e della cultura, abitative, formative e del lavoro. Alle Province spetta invece l’attività di concorso nella programmazione decentrata. Nel ddl (art. 11) si istituisce infine la Consulta regionale per l’integrazione delle cittadine e dei cittadini stranieri, formata da amministratori regionali e rappresentanti di associazioni, imprese e sindacati.Il lavoro che non c’è. Secondo don Fredo Olivero, delegato regionale di Migrantes Piemonte e Valle d’Aosta, “l’aggiornamento della normativa sui migranti è un passo concreto e importante, in un momento di difficoltà economico-sociali che colpiscono la popolazione immigrata in Regione”. Mentre “nelle scuole i percorsi di integrazione funzionano e il rendimento degli stranieri è in linea e spesso superiore a quello degli italiani (con l’ostacolo ancora duro della lingua italiana al primo anno) è sul lavoro – osserva il sacerdote – che si sta aprendo una vera e propria emergenza”. In Regione, “su un centinaio di ditte che davano lavoro a cittadini stranieri segnalati dai nostri servizi – precisa Olivero – il 30% non accetta più nuovi lavoratori o ha mandato a casa quelli assunti in passato. Una cooperativa di cittadini nigeriani che lavorava per la Michelin, per esempio, ha dovuto chiudere i battenti, con gravissimo danno per le famiglie dei lavoratori che devono ora fronteggiare una situazione davvero critica”.Confronti. Nel dibattito delle ultime settimane, non è mancato un confronto fra la proposta di legge regionale e il decreto sicurezza nazionale: “Certo non si può dire – spiega Mirta Da Pra, responsabile della comunicazione del Gruppo Abele – che il clima politico in Regione, con la quale abbiamo avuto rapporti positivi di collaborazione sul testo della legge, assuma gli stessi preoccupanti toni di quello nazionale”. A inizio luglio lo stesso fondatore del Gruppo Abele, don Luigi Ciotti, aveva definito il provvedimento approvato in Senato con voto di fiducia una “misura sull’immigrazione dettata da crudeltà e non dal bisogno di sicurezza”.Sanità e fiducia. “Non diminuisce, però, il numero di cittadini immigrati che si rivolge ai servizi allestiti ormai da decenni dalla Chiesa o dalle associazioni, soprattutto per il grande rapporto di fiducia che si è instaurato fra questi enti luogo di accoglienza, riparo, rifugio e gli immigrati”: lo spiega Maria Pia Bronzino, responsabile dell’ambulatorio del Sermig (Servizio missionario giovani) di Torino, che, fondato 45 anni fa da Ernesto Olivero, tra l’altro, ha accolto e fornito cure sanitarie gratuite a oltre 40 mila immigrati negli ultimi 20 anni, costituendo un centro medico ambulatoriale in cui sono impegnati a titolo volontario circa 60 medici. a cura di Andrea Ciattaglia(17 luglio 2009)