ABRUZZO

Le attese della gente

Ricostruzione: anche la diocesi si interroga e impegna

Fa una certa impressione percorrere le strade di L’Aquila dopo il tramonto. I negozi e gli esercizi commerciali chiudono, i pendolari che vivono sulla costa lasciano la città e chi vive nelle tendopoli vi rientra per la notte. Le strade si svuotano e più passano le ore più la città si fa deserta, desolata. Interi quartieri residenziali come Pettino e San Sisto, con i palazzi e le villette, appaiono vuoti, disabitati; frammenti di una città fantasma. È così che appare L’Aquila a più di tre mesi dal sisma. Un universo fatto di contraddizioni dove al lavoro senza sosta, anche di notte, degli operai nei cantieri per i nuovi villaggi antisismici si contrappone il silenzio di quartieri dove dal 6 aprile nulla sembra essere cambiato.

I danni al centro storico. “Il terremoto che ha colpito l’Abruzzo non ha precedenti”, hanno ribadito più volte gli esperti, perché ha colpito un’area con un’alta densità di popolazione e un’elevata concentrazione di opere d’arte. Per questo la ricostruzione non può che essere eccezionale, come lo è stato il terremoto. “I soli danni provocati al patrimonio dei beni culturali, per la maggior parte presenti nel centro storico – ha spiegato al SIR Luciano Marchetti, vicecommissario della Protezione Civile con delega ai Beni Culturali – sono stimati in 3 miliardi di euro. Al momento non è però possibile stilare un programma della ricostruzione perché non sappiamo ancora quali sono le risorse effettive e il loro andamento nel tempo”. Secondo i rilevamenti effettuati su oltre 1.300 chiese e monumenti, il 52,8% è risultato inagibile: una cifra quasi doppia rispetto alle abitazioni. Una situazione che peggiora con il passare del tempo.

Ripensare insieme la città. Il problema della ricostruzione non può, però, essere ridotto ad una mera questione economica. Seppur fondamentali, soprattutto per garantire l’efficacia e la tempestività degli interventi, i soldi non sono sufficienti. Quella che serve oggi a L’Aquila è un’Idea, con la “i” maiuscola, un progetto che ridisegni la città delle nuove generazioni. Perché non ci si può limitare a ricucire, a mettere brandelli di stoffa per coprire le voragini provocate dal sisma ma è necessaria una riflessione che porti alla rinascita dei muri ma anche della comunità. Ne è convinto lo stesso vicecommissario Marchetti che ha definito la ricostruzione del centro un “problema d’interesse civico che deve coinvolgere tutta la cittadinanza in un percorso comune”. Da qui l’auspicio alla promozione di “incontri pubblici e convegni con studiosi ed esperti per ragionare insieme sul futuro della città”. E ne sono ancor più consapevoli i cittadini aquilani che fin dalle prime ore dopo il terremoto si sono costituiti in comitati per cercare di far sentire la propria voce. Gruppi formati da giovani e adulti, famiglie e professionisti, che continuano a riunirsi, invitando tecnici ed esperti, proprio per capire da dove ripartire. Tre tra i comitati più attivi – Collettivo 99, Manifesto per L’Aquila e 3e32 – hanno sintetizzato alcune delle loro proposte in un articolo apparso sul notiziario della Protezione Civile “L’Abruzzo e Noi”. “L’Aquila città ferma e distrutta – scrivono – ha la rara opportunità di ricollocarsi su binari nuovi che puntino nella direzione giusta diventando un faro per le città moderne”. Questo, secondo i comitati, si può raggiungere partendo da un “modello partecipato” di ricostruzione che “tenga conto delle attese della gente come primo passo verso la sostenibilità ambientale, urbana, sociale ed economica”.

Il contributo della Chiesa aquilana. Un percorso di condivisione di idee che non può non riguardare anche la Chiesa aquilana il cui “cuore” è custodito proprio in quella “zona rossa” ancora “off limits”. “È importante riprogettare la città seguendo le necessità della comunità in un percorso condiviso – dice mons. Alfredo Cantalini, vicario generale dell’arcidiocesi – un progetto che abbracci tutti i soggetti e che dia una forte spinta a guardare avanti. Questo non è facile, però, in un contesto in cui ci sono ancora molti dubbi e dove il disorientamento, alimentato dalle continue scosse, sembra prevalere. Si corre il rischio di non riuscire a far seguire alle parole gesti concreti”. Un contesto in cui “emerge la necessità di realizzare un serio programma pastorale che potrebbe anche essere utilizzato dagli Enti addetti alla ricostruzione, per aiutarli a tener conto delle necessità pastorali della Chiesa e quindi di tanti abitanti di questa città. Senza dimenticare che il sisma, tra i danni provocati, ha portato anche benefici: sicuramente un richiamo al valore dell’essere insieme, della povertà, a non lasciarsi intrappolare da logiche di potere e di interesse”.

Fare sintesi. Proposte e idee dovranno trovare un punto di incontro e confronto. “Siamo di fronte – ha spiegato il sindaco del capoluogo, Massimo Cialente – ad una partecipazione dei cittadini che forse non si era mai verificata prima. È importante trovare forme di consultazione ma non è facile data la molteplicità dei soggetti. Abbiamo in programma un consiglio comunale aperto in cui raccoglieremo tutte le istanze”. Una grande opportunità che rischia però di risultare vana e inefficace senza un lavoro di sintesi per dare concretezza alle proposte ed evitare di perdersi in un mare di intenzioni. Un’occasione che la città non può lasciarsi scappare.

dall’inviato SIR a L’Aquila