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Ecumenismo in Europa: la 13ª Assemblea della Kek
La 13ª Assemblea della Kek (Lyon, Francia, 15-21 luglio), appena conclusasi, è stata anche l’occasione per celebrare il 50° anniversario della Conferenza delle Chiese europee. L’Assemblea, con uno sguardo rivolto al passato, ha cercato di guardare al suo futuro: un futuro ispirato alla Speranza enunciata dell’Apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini (4,4). Quindi, nel corso dell’Assemblea non sono certo mancanti i momenti per ricordare la missione decisiva svolta in questi ultimi 50 anni dalla Kek soprattutto nel tentativo di “costruire ponti” (fra Est e Ovest dopo la seconda Guerra Mondiale, durante la guerra fredda e dopo il crollo della cortina di ferro). Tuttavia, in un contesto storico totalmente diverso da quello in cui era nata, era lecito che questa realtà europea sentisse la necessità di interrogarsi su quale dovesse essere il suo futuro e la sua missione. Ed è proprio l’attuale complessità del mondo dove assistiamo ad un ritorno della domanda religiosa, dove urgono risposte alle nuove sfide poste nel campo dell’ambiente, con un aumento della mobilità delle persone, dei migranti e dei rifugiati (senza dimenticare i richiedenti d’asilo e la gente del viaggio), dove il processo europeo di unificazione non si è ancora concluso, la Kek deve far fronte, anche al suo interno, a numerose tensioni: tra protestanti ed ortodossi, tra Chiese ortodosse stesse (significativa l’assenza della Chiesa ortodossa russa), tra Chiese minoritarie e maggioritarie, dalla presenza delle Chiese migranti, tra Chiese con maggiore possibilità economiche… Un misto di preoccupazioni e di speranza e la necessità di un ripensamento di questa istanza ecumenica europea hanno quindi segnato l’incontro. Ciò si è reso particolarmente evidente allorché si è deciso di costituire un gruppo di lavoro che avrà il compito di proporre una completa revisione degli scopi, dei metodi e addirittura delle strutture della Kek e delle sue commissioni. È in questo senso che possiamo comprendere il discorso del Patriarca ecumenico Bartolomeo I improntato su un chiaro invito alla speranza e sul suo appello, d’altra parte non nuovo, affinché la Chiesa Cattolica faccia parte di “una Conferenza di tutte le Chiese europee”. Dall’altra parte sarebbe ingiusto ridurre i risultati della 13ª Assemblea della Kek alla quale chi scrive ha partecipato in qualità di Segretario generale del Ccee e rappresentante del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, a questo fatto. Né sarebbe giusto additare l’apparente stanchezza del movimento ecumenico, oggi in Europa, a questa mancata appartenenza. È vero la Chiesa cattolica non è membro della Kek, ma, non per questo, non prende sul serio l’invito rivolto da Cristo “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21). È vero che le istituzioni internazionali ed europee possono mostrare una certa fatica nel camminare insieme, ma la vitalità delle realtà locali testimonia di un desiderio di unità che è lungi dell’essere esaurito. Pertanto se a prima vista può sembrare che la Chiesa Cattolica sia a latere del movimento ecumenico perché non membro delle istanze ecumeniche internazionali quali il Consiglio Mondiale delle Chiese o la Conferenze delle Chiese europee, numerose sono state, in questi anni, le iniziative promosse e/o partecipate dalla Santa Sede, e non sono mancati anche a livello europeo, le occasioni di collaborazione e di testimonianza comune del desiderio di unità quale via per rendere testimonianza alla verità. Basta ricordare le tre assemblee ecumeniche europee (Basilea 1989, Graz 1997 e Sibiu 2007), l’incontro annuale delle Presidenze del Ccee e della Kek e la realizzazione della Charta Oecumenica che continua ad essere per numerose Chiese, a livello locale, una agenda d’impegno comune.Sono sicuro che in questo nuovo cammino intrapreso dalla Kek, e che sarà ancora più chiaro dopo la prossima Assemblea, nel 2013, quando sarà discussa tutta la nuova struttura, il Ccee sarà sempre un partner attento ed aperto a qualsiasi contributo affinché insieme possiamo servire meglio l’uomo e dare all’Europa un contributo cristiano comune.