IRAQ-EUROPA

Tre priorità

Incontro con l’arcivescovo di Baghdad dei latini, mons. J.Sleiman

“Unità, risorse naturali e riconciliazione”. Sono queste per mons. Jean Sleiman, arcivescovo latino di Baghdad, le tre priorità cui l’Iraq di oggi deve far fronte se vuole uscire dalla crisi interna in cui versa. I recenti attacchi, con morti e feriti, contro chiese cristiane a Baghdad e Mosul hanno riproposto, in maniera drammatica, il tema della sicurezza e della stabilità non solo per i cristiani ma anche per tutto il Paese. In Europa per una serie di incontri con le varie Caritas nazionali, volti a fare il punto della situazione sui programmi di aiuto in corso in Iraq, mons. Sleiman non esita a tracciare a SIR Europa quella che, per lui, è la strada da seguire per ridare speranza al popolo iracheno. Unità. “L’unità dell’Iraq – spiega l’arcivescovo di origini libanesi – è una questione molto difficile che non si limita solo all’autonomia del Kurdistan. La stessa richiesta, infatti, è stata fatta, senza successo, da un partito sciita anche per il Sud del Paese, per non dimenticare il progetto della Piana di Ninive che vorrebbe in quella fetta di terra un’enclave cristiana protetta. Un progetto già bocciato due volte da tutti i vescovi iracheni ma che purtroppo continua ad aleggiare. Ninive è una provincia la cui capitale è Mosul, finora a maggioranza sunnita, con presenza di Al Qaeda e di fondamentalisti. Non accetteranno mai questa divisione della loro provincia e hanno già lanciato delle minacce. L’autonomia cristiana sarebbe, infatti, sotto il governo regionale curdo. Siamo davanti ad una guerra annunciata nella quale i cristiani farebbero da cuscinetto tra curdi, la zona di Mosul ed il resto della regione. Per non tacere che non tutti gli abitanti dei villaggi della zona di Ninive sono cristiani. Quella dei cristiani sarebbe solo una falsa autonomia. I cristiani, è vero, emigrano, sognano di andare altrove, hanno paura degli attacchi dei fondamentalisti, tuttavia isolarsi farebbe il loro gioco e quello dei terroristi. Non è nel dna dei cristiani isolarsi”. Difesa delle minoranze. Sul piano del diritto, sottolinea mons. Sleiman, “spetta al governo proteggere le minoranze, e nella fattispecie quella cristiana; in tema di sicurezza sono stati raggiunti dei risultati, ma molto resta ancora da fare. La garanzia per tutti i cittadini, minoranze e non, è solo in un governo forte che abbia il controllo di tutto il Paese. Finché questo non sarà possibile avremo sempre problemi e difficoltà. E non sarà certo la creazione da parte dei cristiani di milizie armate a risolvere il problema. Le armi sono il preludio a guerre e contrasti ancora maggiori. Al di fuori delle forze dell’ordine non ci devono essere armi”. Per l’arcivescovo, tutte queste cose mostrano “la difficoltà di creare l’unità nella differenza segnata da sunniti, sciiti, curdi, yazidi ed altri. L’Iraq non è l’unico Paese dove esiste il melting pot. Gli Usa ne sono un chiaro esempio e per questo dovrebbero essere i primi ad aiutare l’Iraq. Il mio timore è che se in Iraq si dovessero creare tre autonomie, Nord, Centro e Sud, la guerra civile sarebbe dietro l’angolo”.Risorse naturali. Altra questione sollevata da mons. Sleiman è quella legata al possesso e allo sfruttamento delle risorse naturali irachene, che poi si lega alla divisione interna. “Di chi è il petrolio?”, si chiede l’arcivescovo: “Della nazione intera o degli sciiti, dei sunniti o dei curdi? Non si riesce a promulgare una legge sul petrolio anche perché c’è tensione tra il governo centrale e quello regionale curdo che aveva cominciato a fare accordi con aziende petrolifere estere. Una situazione di stallo favorita anche da una certa ambiguità della Costituzione. E di chi è l’acqua, forse dei sunniti perché i corsi d’acqua passano nelle loro città?”. “Le risorse naturali – è la risposta dell’arcivescovo – appartengono al Paese intero”. Riconciliazione. Terza urgenza irachena è la riconciliazione interna: “Lasciare soli gli iracheni, da questo punto di vista potrebbe causare problemi”, dichiara l’arcivescovo, riferendosi al ritiro Usa dalle grandi città. Tuttavia, puntualizza, “quello americano non è un vero ritiro ma un ridispiegamento di forze. Gli Usa facevano anche lavoro di polizia e non credo che questo sia un compito per forze di combattimento come i marines. Difficile che questo riposizionamento delle truppe possa cambiare molto la situazione sul campo sebbene dal punto di vista simbolico e politico sia molto importante per il governo in carica”.