SARDEGNA
Una domanda e un monito
Con gli incendi che in questi giorni hanno causato lutti e distruzioni in vaste aree della Sardegna e in molti altri Paesi e regioni del Mediterraneo si è riproposto, come tutte le estati, il problema di valutare politiche di educazione culturale per la gestione e la protezione del territorio: la necessità di affrontare gli incendi non è solo contingente alla stagionalità del fenomeno.
Partire dall’educazione. "Sicuramente le condizioni climatiche sono una delle cause dice al SIR Giorgio Onorato Cicalò, direttore del servizio Protezione civile ed antincendio della Sardegna e le temperature registrate il 23 luglio nell’isola, nelle 50 stazioni meteo climatiche, hanno indicato livelli sui 40° con massimi di 47°. Aggiungiamo lo scirocco che ha contribuito a surriscaldare e disidratare la vegetazione, preparandola per la combustione, e infine la mano dell’uomo che è sempre poi l’elemento fondamentale, perché se non ci fosse sia per negligenza, sia per intenzionalità gli incendi sarebbero molti di meno. Non da ogni cicca può derivare un incendio, ma le probabilità che si produca sono elevate: e non è solo la cicca, c’è l’uso di attrezzature che provocano scintille; certi anni si sono generati incendi per errato smaltimento di braci nei cortili, ci sono incendi che scaturiscono da cabine elettriche, dalle linee dell’alta tensione, e questi incendi sono classificati come colposi. Ma ci sono quelli dolosi, con l’intenzione di voler cagionare danni". Per Cicalò, "il problema riguarda tutto il bacino del Mediterraneo: Sicilia, Spagna, Grecia, Corsica. Il problema è affrontato anche dall’Unione europea, ci sono diversi progetti di cooperazione che coinvolgono anche l’Italia, in particolare la Sardegna, con accordi di cooperazione che hanno fatto sì che qui abbiano operato dei Canadair dalla Corsica, perché lì in quel momento non avevano emergenze. Il problema può essere gestito creando sinergie a livello internazionale". Ma anche "l’educazione socio-culturale può fare tanto prosegue il direttore gli incendi colposi devono essere eliminati alla radice, occorrono comportamenti corretti per ridurli: ci vuole un maggiore senso civico".
Una sorta di odio-amore. "Il rapporto con la nostra terra è di amore e di odio", sottolinea don Francesco Tamponi, responsabile dell’Ufficio beni culturali e artistici della diocesi di Tempio-Ampurias. "Il bruciare la terra spiega è un segno di violenza, d’odio, ha delle connotazione concrete, c’è un’evoluzione di vecchi discorsi della faida. Prima della legge sugli incendi chiunque bruciava un terreno vedi nelle periferie di certe città bruciava tutto perché lì lottizzava e poteva costruire subito. Oggi c’è la legge che blocca le costruzioni a 5 anni. È sempre un tempo abbastanza breve, ma c’è il gesto contrario: siccome tu stai per lottizzare io ti blocco la lottizzazione con il fuoco. Questa è la versione moderna dell’accendere il fuoco per pulirmi il terreno ma non mi importa nulla del terreno vicino". Per don Tamponi, è "un segno del girare la schiena al vicino legato alla cultura del muro a secco che blocca il passaggio. È una cultura non generalizzata, ma sotterranea. Non essendoci la via di mezzo tra amore e odio ci si mantiene in equilibrio: quindi il medesimo che mette fuoco è capace anche di far parte di gruppi che vanno a spegnerlo". Adesso nelle nuove generazioni sta entrando il senso ecologista individuale "ma risulta sempre una cultura estranea. Se non è forte il senso civico, l’amore per la terra, si rompe l’equilibrio tra la forza sociale che aggrega e l’individualismo che disgrega.
Il rapporto Stato-cittadino. "Non è vero che gli incendi sono aumentati adesso conclude don Tamponi noi ce ne accorgiamo di più perché siamo più sensibili dovendo mostrare la nostra terra agli altri. E allora è chiaro che intuendo la terra come un bene, un patrimonio, se questo viene distrutto scattano dei meccanismi che portano a ipotizzare grandi organizzazioni che vogliono distruggere i nostri beni, vogliono bruciare la terra per fermare il turismo. Per cui qualcuno diceva: sono arrivati da fuori, sono venuti, ad esempio, dalla Croazia, dalla Turchia, così il flusso turistico si sposta. Perché, invece, in altri Paesi non ci sono incendi o sono più limitati? È semplicemente perché il senso civico è molto più forte e radicato. Il cittadino diventa il microcosmo civile che riflette il macrocosmo dello Stato, si sente lui portatore del concetto di pubblico. Da noi non è così, come negli altri Paesi del Mediterraneo, legati ad una storia di dominazioni, governi che hanno esautorato il singolo dalla responsabilità verso lo Stato. Più il passato è stato pesante, come nel Sud, peggiore è la situazione".