ABRUZZO
Una tragedia che neppure le vacanze devono far dimenticare
Sono passati più di cento giorni dal terremoto che ha devastato l’aquilano. In questi mesi in molti hanno fatto appelli perché non ci si dimenticasse delle quasi cinquanta mila persone che ancora oggi vivono fuori dalla loro casa, nelle 140 tendopoli ancora aperte, negli alberghi e nelle case sulla costa. È sufficiente però uscire da L’Aquila, lasciarsi alle spalle il traforo del Gran Sasso, per trovarsi di fronte persone che faticano a comprendere la portata di questa tragedia.
Il sisma. Il terremoto che ha colpito L’Aquila la notte del 6 aprile, con un’intensità pari a 5.8 della scala Richter, ha causato 307 morti e quasi 15 mila feriti. Un bilancio dovuto all’intensità della scossa e alla densità abitativa delle zone colpite ma certamente aggravato dalla negligenza e dal dolo di alcuni costruttori. Situazioni su cui sono in corso indagini della magistratura. È certo però che se la scossa fossa capitata di giorno, con il traffico della città e gli edifici pubblici pieni, il bilancio sarebbe stato più grave. Oggi una casa su quattro è inagibile; mentre, per quanto riguarda i monumenti e le chiese, si arriva ad uno edificio inagibile su due.
Assistenza. L’intervento dei soccorritori è stato tempestivo. Poche ore dopo il terremoto erano già sorte le prime tendopoli e l’ospedale da campo. Una rapidità favorita dallo stato di allerta in cui si trovava la Protezione Civile per le scosse che si ripetevano da mesi. L’ultima, alle 23 della notte del terremoto, aveva spinto molti aquilani ad uscire di casa. In questi mesi non sono mancati i disagi per gli sfollati: problemi legati all’oggettiva difficoltà di chi vive in una tenda in balia delle condizioni ambientali e condividendo la propria intimità con estranei. Il grande impegno di assistenza è stato possibile grazie alla collaborazione di volontari e associazioni che, come nel caso della Caritas, si sono interessate anche di quelle realtà rimaste ai margini del sistema della Protezione Civile, come le tendopoli spontanee.
Tendopoli. La permanenza nei campi si sta prolungando per la scelta del governo di saltare la cosiddetta fase intermedia nei container facendo passare direttamente gli sfollati dalle tende alle nuove case. Nei campi si sono venute a creare situazioni molto diverse. Realtà spesso influenzate dalla composizione della popolazione assistita: dove si sono ritrovare comunità giù unite la situazione è migliore e il clima più familiare, con una maggior partecipazione della popolazione. Vi sono addirittura dei campi, guidati da parroci, dove è la popolazione ad autogestirsi. In altri, invece, il coinvolgimento nella gestione è minimo e gli sfollati sono trattati come ospiti. Molto dipende dal buon senso dei singoli volontari, in particolare dei capi-campo.
Sfollati. Al momento non si ha ancora un numero esatto delle famiglie che avranno bisogno di un alloggio in vista dell’inverno. Per colmare questa lacuna, dal 1° al 10 agosto, verrà effettuato un censimento tra tutte le famiglie con casa inagibile. Ogni famiglia dovrà scegliere tra tre opzioni: richiedere uno dei 4.500 appartamenti del Piano C.a.s.e (15 mila persone), ottenere uno degli appartamenti sfitti con canone pagato dallo Stato o trovare una propria sistemazione autonoma potendo contare su un contributo mensile. Negli altri Comuni del cratere verranno costruite, invece, oltre 2 mila case di legno. Se i lavori per la costruzione delle nuove case procedono in linea con i tempi che prevedono la consegna dei primi edifici a metà settembre e degli ultimi per fine dicembre, problemi stanno sorgendo per la ristrutturazione delle case parzialmente inagibili. Le ordinanze della Protezione Civile prevedono la ricostruzione al 100% della prima casa ma al momento sono poche le pratiche avviate per ottenere i contributi e ancora meno quelle in cui sono iniziati i lavori.
Ricostruzione. L’impegno della Protezione Civile è sembrato, in questi mesi, quasi completamente focalizzato sul progetto C.a.s.e sia in termini di idee sia di risorse, mentre non è ancora stato elaborato alcun progetto per il recupero della zona rossa dove procedendo i puntellamenti degli edifici. Secondo il vicecommissario con delega ai beni culturali, Luciano Marchetti, per il solo recupero del patrimonio architettonico saranno necessari tre miliardi di euro. Ad oggi non si sa, però, quanti saranno i soldi che lo Stato, in questo contesto di crisi, potrà mettere a disposizione della ricostruzione a partire dall’autunno.
Lavoro e università. Un’altra delle priorità è il lavoro. Lentamente in questi mesi alcune delle attività produttive sono riprese ma la chiusura totale del centro storico impedisce la ripresa delle attività di tutti gli esercizi ospitati nella zona rossa. Nei prossimi mesi è prevista la realizzazione di poli commerciali alla periferia della città per dare nuova collocazione alle attività. Delicata è anche la situazione dell’università che con i suoi 27 mila studenti rappresentava una delle motrici dell’economia aquilana. Nonostante il terremoto abbia danneggiato gran parte della sedi, il prossimo anno tutte le facoltà riprenderanno a L’Aquila. L’università rischia di essere però seriamente ridimensionata a causa della mancanza di alloggi per gli studenti fuorisede (13 mila lo scorso anno).
dall’inviato SIR a L’Aquila