EUROPA
Il “filo rosso” che lega il futuro dell’Ue a quello dei Paesi membri
Un filo rosso lega le sorti dell’integrazione comunitaria a quelle del “bene comune nazionale” dei singoli Stati europei: è la buona politica. Nessuno scopre l’acqua calda: le elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo tenutesi all’inizio di giugno hanno mostrato un diffuso scetticismo dei cittadini rispetto all’attività politica in generale più che una scarsa conoscenza o la “distanza” dalle singole istituzioni Ue. Lo hanno osservato quasi tutti gli analisti così come buona parte degli stessi attori politici. Una conferma piuttosto autorevole giunge inoltre da un recente sondaggio effettuato da Eurobarometro, sentendo un campione di 27 mila elettori dei 27 Paesi membri.
Come premessa ai risultati del sondaggio occorre ricordare che il 4-7 giugno si sono recati alle urne il 43% degli aventi diritto al voto: ovvero oltre 160 milioni di persone, rispetto ai 375 milioni di potenziali elettori. Nella tornata precedente del 2004 la percentuale dei votanti era stata superiore di due punti. Le statistiche mascherano però differenze nazionali considerevoli: la partecipazione al voto è infatti cresciuta in 8 Paesi, è rimasta uguale in altri 8, è moderatamente diminuita in 7 e ha subito un brusco calo in 4 Stati. In genere nei Paesi dell’Est, di recente adesione, la partecipazione al momento elettorale è stata molto contenuta; inoltre il ricorso alle urne è stato superiore fra le persone più istruite e che dispongono di un livello di reddito maggiore.
A questo punto Eurobarometro afferma che “le principali ragioni citate dai non-votanti per la loro scelta sono principalmente legate al clima politico complessivo”, ossia: “Una mancanza di fiducia generale verso i politici (28%), la convinzione che il voto non cambi nulla (17%), la mancanza di ogni interesse per la politica (17%)”. Di contro, “solo il 10% degli intervistati afferma di non aver votato per scarsa conoscenza delle istituzioni Ue e l’8% si dice insoddisfatto dal Parlamento Ue” e dai risultati da esso raggiunti.
Resta dunque l’elemento centrale: i cittadini dei 27, siano essi francesi o britannici, italiani o tedeschi, ciprioti o svedesi, si sentono oggi più che mai lontani dalla polis; partecipano poco o malvolentieri alle elezioni perché non le ritengono un passaggio democratico essenziale; fanno magari di tutta un’erba un fascio quando si tratta di giudicare l’operato delle istituzioni regionali, nazionali e comunitarie, conferendo un grado di fiducia leggermente più elevato solo agli enti locali (in primis le amministrazioni comunali), ritenuti più vicini ai cittadini e ai loro interessi reali.
Nel momento in cui a Strasburgo e Bruxelles riaprono i battenti le istituzioni dell’Unione europea questo monito non può essere sottovalutato. Ma lo stesso dovrebbe avvenire in ciascuna delle capitali nazionali, dove i governi e i parlamenti hanno il dovere di dimostrare alle persone, alle famiglie, alle imprese, di essere dalla loro parte.
Gianni Borsa