IMMIGRATI

La denuncia e l’impegno

Tragedia del Mediterraneo

La tragedia del Mediterraneo non deve rimanere senza risposta Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno più volte auspicato che ci si possa avvicinare all’ideale di una fraternità veramente universale.
Il principio di fraternità deve progressivamente prendere il posto del principio di solidarietà.
Infatti, tutti gli uomini sono fratelli, non per uno sforzo di volontà o per utopia politica, ma perché sono figli dello stesso Padre, Dio creatore che ama le sue creature. O c’è questo riconoscimento di una comune paternità che supera le differenze di lingua, tradizioni, culture, religione, abitudini di vita, mentalità, oppure ogni tentativo ha in sé la possibilità di uno scontro e non di un incontro fraterno.
L’apertura a chi è diverso in nome di questa comune paternità non significa un "buonismo" senza regole e senza rispetto.
Ogni uomo è determinato da una cultura che si sviluppa in un determinato territorio, dove vivono la propria famiglia e i propri amici, dove si parla una stessa lingua e dove si matura una certa sensibilità.
Il rapporto fondamentale con le proprie origini, con la propria patria (anche se questo termine viene poco usato) non può essere dimenticato o messo in disparte o addirittura negato in nome dell’accoglienza e del dialogo. Senza un’identità non c’è dialogo. L’identità è come una casa, dove puoi invitare chiunque: se non hai una casa non puoi invitare nessuno. In sintesi, siamo tutti fratelli, con culture diverse, ma capaci di dialogo e di rispetto reciproco.
Giovanni Paolo II, nel 2001, aveva detto: "In una materia così complessa, non ci sono formule «magiche»: è tuttavia doveroso individuare alcuni principi etici di fondo a cui fare riferimento. Primo fra tutti, è da ricordare il principio secondo cui gli immigrati vanno sempre trattati con il rispetto dovuto alla dignità di ciascuna persona umana. A questo principio deve piegarsi la pur doverosa valutazione del bene comune, quando si tratta di disciplinare i flussi immigratori. Si tratterà allora di coniugare l’accoglienza che si deve a tutti gli esseri umani, specie se indigenti, con la valutazione delle condizioni indispensabili per una vita dignitosa e pacifica per gli abitanti originari e per quelli sopraggiunti. Quanto alle istanze culturali di cui gli immigrati sono portatori, nella misura in cui non si pongono in antitesi ai valori etici universali, insiti nella legge naturale, ed ai diritti umani fondamentali, vanno rispettate e accolte".
Noi cristiani siamo chiamati a trovare un equilibrio attraverso cui si possa coniugare l’apertura alle minoranze nel rispetto dei diritti fondamentali e il permanere di una fisionomia culturale, di un patrimonio importantissimo di lingue, tradizioni, valori che sono tipici di una Nazione.
Questo equilibrio non può essere imposto solo dalle leggi, ma deve far parte dell’"ethos" della popolazione e non si raggiunge senza un lavoro educativo e senza un’appartenenza che aiuta e sostiene.
Chiunque arrivi in Italia e voglia soggiornarvi è chiamato ad accettare valori fondamentali che sono comuni ad ogni cultura che ami l’uomo e sono stati particolarmente promossi dalla tradizione cristiana che è all’origine dell’Europa.
Si tratta dei valori della solidarietà, della pace, della vita, della famiglia, dell’educazione per tutti, della libertà religiosa, ma prima di tutto del valore della persona (maschio e femmina) e della sua dignità che è innata, data da Dio stesso e non dagli Stati o da qualsiasi altra realtà terrena.
Dobbiamo fare un grande lavoro su di noi e con le persone con cui abbiamo rapporti, affinché la questione dell’immigrazione non si risolva in una guerra difensiva, da cui usciremo sconfitti, ma diventi un’occasione positiva di crescita per tutti. Non è possibile contemporaneamente, come è accaduto quest’anno, che si vogliano tenere i poveri lontano dalle nostre coste e si riducano del 56 per cento i finanziamenti per la lotta alla povertà.
Ogni uomo desidera restare nella sua terra, se gli è data la possibilità di avere un lavoro, una casa, le scuole per i figli, il cibo necessario e l’assistenza sanitaria.
Allora, politici e non, saremo chiamati a costruire la pace anche attraverso la redistribuzione equa delle ricchezze per evitare che ciò che è dovuto per giustizia non venga preteso con la violenza e la guerra.

Arturo Alberti
presidente Avsi (Associazione volontari servizio internazionale)