educazione

Unità, libertà e carità

Dai Simposi Rosminiani al Rapporto-proposta del “progetto culturale”

"Riscoprire la centralità della persona per poi rifondare il senso del patto di cittadinanza". Sta in questo il "segreto" dell’educazione delle nuove generazioni, che per Antonio Rosmini è "uno di quei preziosi mezzi che possono mettere il mondo al coperto delle estreme sciagure". Se ne è parlato durante il X corso dei Simposi Rosminiani, che si è svolto nei giorni scorsi a Stresa sul tema: "Educare come? Unità dell’educazione, libertà d’insegnamento, carità intellettuale". Al corso, organizzato dal Centro internazionale di Studi Rosminiani con la collaborazione del Servizio Cei per il "progetto culturale", hanno partecipato circa 200 persone. Il SIR ha rivolto alcune domande a Luciano Corradini, docente di pedagogia all’Università "Roma Tre", tra i relatori del convegno. Il 22 settembre, intanto, a Roma, verrà presentato il volume "La sfida educativa. Rapporto-proposta sull’educazione", primo frutto del lavoro del Comitato per il progetto culturale, costituito agli inizi del 2008.

Per Rosmini l’educazione era una vera e propria forza "rigeneratrice" della società. Un’affermazione ancora sorprendentemente attuale e in linea con la scelta pastorale della Chiesa italiana per il prossimo decennio…
"Rosmini era convinto che l’educazione fosse un’occasione per migliorare la specie umana e per riparare alle devastazioni della guerra. Per adempiere a questo compito così delicato e importante, oggi rilanciato con forza anche dalla Chiesa italiana, secondo il filosofo non basta guardare a nuovi indirizzi, occorre un tipo di cultura grazie alla quale la parte migliore della generazione adulta vada a contagiare la parte della società in cui si trovano le energie per il futuro, cioè le nuove generazioni. Educazione, dunque, come generazione, intesa non solo in senso fisico, come procreare, ma come capacità di mettere le persone in grado di esprimere il meglio di sé. In termini educativi, ciò implica la consapevolezza dell’eredità morale, civile, civica, politica, oltre che scientifica e culturale, di un popolo".

Uno dei temi più urgenti, ma nello stesso tempo, più difficili da riscoprire oggi, in un’epoca di saperi sempre più "parcellizzati", è l’unità dell’educazione: come rivalutare questa eredità rosminiana?
"All’insegnante viene consegnata la realizzazione di un patto intergenerazionale, che implica la piena consapevolezza della deontologia professionale, da un lato, e della nostra cultura costituzionale, dall’altro. Tutto ciò, partendo appunto da un’idea profondamente unitaria della persona umana, di cui attraverso l’educazione va garantito il pieno sviluppo tramite un patto sociale responsabile. I primi articoli della nostra Costituzione insistono molto sul tema della dignità dell’uomo, al centro anche della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Solo partendo da queste premesse si possono suscitare uomini nuovi, grazie ad una identità che va riscoperta ad ogni passaggio generazionale. Ci vogliono adulti che consegnino una fiaccola, e mani giovani che si assumano il compito di portarla avanti, perché tutta la staffetta vinca e l’educazione sia vissuta davvero come compito comune di tutta la società".

Come declinare correttamente la libertà d’insegnamento, in un mondo segnato dal pluralismo ma anche alla ricerca della propria identità?
"La libertà d’insegnamento ha come obiettivo il pieno sviluppo della persona, nel rispetto della coscienza morale e civile altrui. Libertà d’insegnamento non vuol dire, dunque, libertà d’insegnare cosa si sa o non si sa, ma significa libertà responsabile, finalizzata alla promozione e al rispetto della persona. Si tratta, in altre parole, del difficile compito di stabilire – di volta in volta – un equilibrio tra insegnare ed educare, a partire dalla consapevolezza che non si dà l’uno senza l’altro. Rosmini diceva che servono pre-condizioni di carattere morale, per insegnare con competenza e rispetto del diverso grado di apprendimento dei ragazzi. In questa prospettiva, è essenziale il filtro pedagogico, che aiuti gli insegnanti a scegliere ciò che serve non solo a costruire un sapere, ma una mentalità che deve esprimersi attraverso operazioni, sentimenti, volizioni. Oggi si insiste molto, in termini pedagogici, sulle motivazioni: ma occorre anche la capacità di discernere quali motivazioni sia opportuno suscitare, e quali no. L’educazione è però una proposta, non un’imposizione: è un’azione compiuta non solo dall’adulto, ma insieme, nella relazione impostata da chi propone e poi sta a vedere cosa succede in chi riceve tale proposta".

La "carità intellettuale": in che modo può diventare un dovere non solo della scuola, ma una responsabilità comune di cui rendere ragione con coraggio alle nuove generazioni?
"La carità intellettuale implica, per Rosmini, la capacità di mettere a disposizione le proprie conquiste interiori e scientifiche con l’atteggiamento platonico del demiurgo, che «buono e senza invidia» guarda alle idee e le mette a dimora nella materia. Vivere la carità intellettuale come compito significa partire dalla comprensione che quello che si è capito può fare il bene di un altro: non, però, con l’atteggiamento di chi pretende di avere la «chiave» di tutto, ma come offerta".