IRAN-OBAMA
Due incubi: arma atomica e reazione di Israele
Quando il capo di un Paese che non ha relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti da trent’anni si dice disposto ad incontrare il presidente americano, comunica certamente una novità. E tuttavia la notizia del possibile incontro assume un senso meno convincente, se è accompagnata dal suggerimento da parte del presidente iraniano di un dibattito pubblico davanti all’assemblea dell’Onu fra Ahmadinejad e Obama, come se si trattasse dei due Grandi che si prendono in mano il destino dell’universo di oggi. In realtà, il dialogo fra Usa e Iran, costituito finora solo da sporadici e generici segnali di fumo da una parte e dall’altra, ha assunto da mesi queste strane caratteristiche. Alla domanda della Casa Bianca se l’Iran intende o no dotarsi di un’arma nucleare da Teheran si risponde, evadendo sul tema, con un’altra domanda, se cioè l’America è disposta ad andare incontro alle richieste politiche iraniane per quanto riguarda il Medio Oriente e i problemi mondiali più scottanti.
In altri termini, il regime iraniano tende a sottrarsi al ruolo dell’esaminato sul banco degli imputati per assurgere al ruolo di interlocutore comprimario delle grandi potenze su tutti i grandi problemi sul tappeto specialmente nella sua area.
Gli Stati Uniti possono cercare di sottrarsi a questa posizione presuntuosa, richiamando Teheran al rispetto dell’argomento all’ordine del giorno e rivolgendosi alle sanzioni o, addirittura, alla speranza di un cambiamento di classe politica a Teheran per cercare di bloccare l’eventuale armamento atomico della Repubblica islamica. E tuttavia anche questi mezzi di pressione, messi in atto ormai, seppure parzialmente, da quasi cinque anni, non sembrano molto efficaci. Dal marzo dell’anno scorso, Russia e Cina non vogliono più sentire parlare di sanzioni.
L’idea di rivolgersi a sanzioni decise da una coalizione di Paesi "volontari" si trova fra i piedi, ad esempio, il progetto avanzato in questi giorni dal presidente venezuelano Hugo Chavez di una "internazionale" dei Paesi del Terzo Mondo per sostenere l’Iran. Nemmeno un eventuale e, al momento, estremamente acerbo mutamento politico a Teheran sembra promettere molto in fatto di svolte nei confronti di Israele. Visto, ad esempio, che nel dibattito sul nuovo governo anche i deputati "riformatori" hanno votato a favore della candidatura più scandalosa costituita dalla nomina a ministro della Difesa di Ahmad Vahidi, ricercato dall’Interpol per l’attentato antisemita che fece 85 morti a Buenos Aires nel 1984.
In realtà, se il deterrente delle sanzioni fallisse e Teheran, al di là delle sue smentite ufficiali in proposito, si dotasse di un’arma atomica, non resterebbe altra scelta fra il male e il peggio. Fra l’accettare, cioè, l’armamento atomico iraniano o assistere al tentativo israeliano di distruggerlo con un costo solo in termini di vite umane già oggi calcolato in decine o centinaia di migliaia di vittime.
Forse vale la pena andare a vedere fra le carte certamente ambiziose in mano ad Ahmadinejad. Se, cioè, c’è solo una proposta d’intesa sull’Iraq o sull’Afganistan, dove alcuni interessi americani e iraniani possano già oggi addirittura coincidere, o se un minimo di dialogo e di accordo con il grande protettore storico di Israele, che sta al di là dell’Atlantico, non debba comportare necessariamente anche l’accettazione di fatto dell’esistenza di Israele, se non il suo riconoscimento.
In questo caso anche la "questione nucleare iraniana" potrebbe essere vista e affrontata con qualche motivazione ideologica in meno a Teheran e con qualche speranza in più di risolverla a Washington.
Romanello Cantini