L’Ue in breve

Crisi economica: l’Africa guarda all’EuropaAccrescere la collaborazione a livello macroregionale; utilizzare meglio le risorse naturali; diminuire la dipendenza dalle materie prime, per lo più in “mani straniere” ed esportate (come petrolio, rame, diamanti); scommettere sulle “risorse umane”. Sono alcune delle ricette per condurre i popoli africani oltre la pesante recessione secondo Donald Kaberuka, presidente della Banca africana per lo sviluppo, che nei giorni scorsi ha incontrato gli eurodeputati a Bruxelles per un confronto a tutto campo. “La crisi globale non ha certo risparmiato l’Africa – ha spiegato l’ex ministro ruandese -. Siamo 53 paesi colpiti in diversa maniera dalla recessione, ossia un miliardo di persone che non si possono ignorare”. “Il prezzo in caduta libera delle materie prime, il crollo delle esportazioni e la riduzione degli investimenti stranieri hanno portato a un grave rallentamento dello sviluppo. Ma se guardiamo alla storia dell’Africa negli ultimi 40 anni, molti dei problemi economici avevano una matrice interna. Questa crisi ha un’origine completamente esterna e quindi anche la soluzione deve in gran parte provenire da fuori. Da dentro, noi continueremo sulla strada delle riforme, cercheremo di mobilizzare risorse interne, rafforzare il mercato dei capitali, e soprattutto, continuare nell’integrazione regionale”. Nella parte orientale del continente, ha spiegato l’economista, l’integrazione regionale e il commercio sono cresciuti notevolmente in un decennio “e vediamo che quei Paesi hanno retto meglio la crisi”. “La nostra principale preoccupazione – ha affermato Kaberuka, che ha insistito sulla necessità di aiuti da parte del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e dell’Ue – è mantenere il passo delle riforme e dell’integrazione regionale”.Commissione: misurare il benessere, oltre il PilLa Commissione Ue ha presentato una “comunicazione” che contiene una serie di misure volte a “migliorare la misurazione del progresso nazionale integrando lo strumento di misura dell’attività economica attualmente più conosciuto, ossia il Prodotto interno lordo”. L’Esecutivo ha reso noto, fra l’altro, che “nel quadro degli sforzi verso un’economia a bassa emissione di carbonio, nel 2010 presenterà una versione pilota di un indice ambientale globale”. La nota della Commissione è stata diffusa l’8 settembre in occasione di un seminario tenutosi a Bruxelles. Stavros Dimas, commissario per l’ambiente, ha spiegato: “Per far fronte alle sfide del XXI secolo abbiamo bisogno di politiche più integrate e più trasparenti. Per cambiare il mondo, dobbiamo cambiare la nostra maniera di concepirlo e per questo bisogna andare oltre il Pil”. Il Pil è infatti uno strumento per le misurazioni macroeconomiche ma, ha chiarito ancora il commissario Dimas, “non è stato concepito per essere uno strumento di misura del benessere”, perché “non tiene conto di talune questioni di importanza vitale per la qualità della nostra vita, quali un ambiente sano, la coesione sociale o la misura della felicità individuale”. Nella comunicazione vengono illustrate cinque azioni concrete, la “più importante” delle quali riguarda “l’indice ambientale che consentirà di valutare il progresso compiuto nei principali settori della tutela ambientale. L’indice includerà aspetti quali le emissioni di gas serra, il deterioramento del paesaggio naturale, l’inquinamento atmosferico, l’utilizzo dell’acqua e la produzione di rifiuti”.Industria, clima, tutela ambientaleIl ruolo delle imprese manifatturiere nella lotta contro i cambiamenti climatici e ambientali: è stato il tema principale di una conferenza tenutasi il 9 settembre a Bruxelles, promossa dalla presidenza di turno svedese dell’Ue, cui hanno partecipato, tra gli altri, il premier di Stoccolma Fredrik Reinfeldt, quello belga Herman van Rompuy e numerosi imprenditori europei. “I costi generati dal riscaldamento planetario aumentano per ogni giorno in cui restiamo senza far niente – ha affermato Reinfeldt -. Ma se noi agiamo oggi, possiamo non solo limitare i costi, ma anche creare delle opportunità commerciali e occupazionali”. Reinfeldt ha poi citato vari casi di imprese che sono riuscite a creare innovazione, profitti e lavoro grazie a una politica ambientale di lungo periodo. “Le aziende che hanno deciso di salire sul treno verde – ha aggiunto – sono meglio attrezzare per affrontare le sfide attuali e future”. Vari i riferimenti al vertice ambientale di Copenaghen di dicembre e alle azioni Ue volte a promuovere un’economia “pulita”. Anche gli imprenditori intervenuti si sono detti d’accordo sul fatto che l’industria può operare (e in alcuni casi sarebbe già avviata in tale direzione) per lo sviluppo ecocompatibile; il consumo di energia si sta in molti casi riducendo. Alcuni relatori hanno però auspicato un “cambio di mentalità” da parte dei consumatori, affinché possano riconoscere e premiare i prodotti di largo consumo realizzati mediante processi produttivi a basse emissioni di carbonio.