ECUMENISMO
Bose: il convegno internazionale sulla spiritualità ortodossa
Che cosa impedisce al cuore dell’uomo di amare in libertà? Come vincere i fantasmi che lo abitano e ne condizionano il volere? Alla “lotta spirituale nella tradizione ortodossa” è dedicata la XVII edizione del convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa in corso presso il monastero di Bose (Bi). Al convegno partecipano teologi e studiosi delle Chiese ortodosse, della Chiesa cattolica e delle Chiese della riforma, provenienti da 21 Paesi del mondo.
La paura della morte. “Durante tutta la vita noi uomini patiamo la paura della morte, e tale esperienza ci domina, ci aliena: essa è la radice di tutte le altre paure”. È partita da qui la riflessione del priore di Bose, Enzo Bianchi, sui fondamenti biblici della lotta spirituale. “Mosso dalla paura della morte – ha proseguito Bianchi – l’uomo vuole preservare con qualsiasi mezzo la propria vita, vuole possedere per sé i beni della terra, vuole dominare sugli altri”. Così “giunge a considerare giusto ogni comportamento finalizzato a questo scopo, anche a costo di nuocere agli altri e persino a se stesso”.
La lotta interiore. Ciò che la tradizione cristiana identifica come lotta spirituale è “una lotta interiore, invisibile, non rivolta contro esseri esterni a sé, ma contro le suggestioni cattive che assediano il nostro cuore”. È il cuore, infatti, il “luogo preciso in cui si svolge la lotta spirituale”, “il luogo dell’intelligenza e della memoria, della volontà e del desiderio, dell’amore e del coraggio, è l’organo che meglio rappresenta la vita nella sua totalità”. È una “lotta durissima – ha affermato Bianchi – quella per tendere ad avere un cuore unificato ma è proprio questa la battaglia fondamentale a cui il cristiano è chiamato”.
Il distacco dalle passioni. “Lo scopo della fatica ascetica, podvig in russo, è il distacco dalle passioni, perseguito anche da culture non cristiane”: lo ha spiegato il metropolita Filaret di Minsk, esarca patriarcale di Bielorussia e presidente della Commissione teologica del Patriarcato di Mosca. Nel cristianesimo, però “l’obiettivo del podvig non è lo sviluppo delle capacità umane, ma la ricerca dei modi di contatto con Dio”. In quanto cristiani, infatti “siamo chiamati a diventare simili a Cristo, il che non significa seguire un esempio morale ma vivere di lui”. È proprio questa, secondo Filaret di Minsk, la fatica ascetica: “Non sviluppare le capacità dell’uomo vecchio ma acquisire nuova umanità in Cristo”.
Il digiuno. “Il digiuno – ha spiegato il metropolita – è il distacco dalle passioni: rinunciamo a qualcosa in noi stessi per dare spazio alla grazia divina”. Il podvig ascetico, quindi “non è fuga dal mondo” ma “un fatto d’amore, che evita ogni esteriorità”. “Qualsiasi fatica ascetica – ha concluso Filaret di Minsk – che non mira all’amore, schianta lo spirito e non porta frutto”.
La lezione delle sconfitte. “Una parte importante della testimonianza cristiana oggi è ricordare che la nostra umanità necessita di tempo e consapevolezza per crescere”. È quanto ha scritto Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, in un messaggio letto dal can. Jonathan Goodall, inviato della Chiesa d’Inghilterra al convegno di Bose. Il confronto su questo tema, secondo Rowan, “è di grande pertinenza per il mondo impaziente e impoverito in cui viviamo… È difficile per molti riconoscere che acquistare nuova umanità in Dio è la fatica di una vita”. Così “l’alternativa visibile è un’umanità sciatta e angosciata, incapace di guardare dentro di sé alla luce dell’amore e della verità”. Occorre “perseveranza e la lungimiranza di vedere le sconfitte come occasione di conversione e non di disperazione”.
L’ascesi del cuore. “L’ascesi del cuore è più importante di quella del corpo”: lo ha affermato p. Andrè Louf, dell’Abbazia di S. Marie du Mont-des-Cats (Francia) richiamando l’insegnamento del padre della Chiesa Isacco il Siro. “Anche se non si pratica alcuna fatica ascetica – ha affermato Louf – è sempre possibile raccogliersi all’interno di sé, mantenere un silenzio saggio, ringraziare in mezzo alle prove, avere una buona parola per tutti”. “Il lavorìo interno” impedisce di correre verso le cose superflue: “occorre mirare – ha detto Louf – alla conoscenza spirituale più che alla virtù esteriore”.
Ad amare si impara . “La riscoperta di chi noi siamo veramente – ha affermato Andrew Louth, ordinario di storia della Chiesa orientale presso l’Università di Durham, intervenendo sugli scritti di Massimo il Confessore – di noi creati a immagine di Dio, è una lotta lunga e faticosa”. Questo “non perché amare sia una cosa straordinaria ma perché siamo estraniati da noi stessi”. È incoraggiante però, secondo Louth, “che l’amore è qualcosa che possiamo imparare”. “C’è una sequenza – ha concluso – che parte dalla fede e conduce all’amore attraverso pazienza, padronanza di sé, separazione dalle passioni terrene”.