CRISI ECONOMICA E FINANZIARIA

Come sarà dopo?

Verso la ripresa ma i rischi sono forti

Ad un anno esatto dal crack di Lehman Brothers che ha dato inizio alla fase più virulenta della crisi finanziaria ed economica più forte degli ultimi settant’anni, gli indicatori economici internazionali e nazionali iniziano a dare qualche concreto segnale di speranza. L’Istat ha certificato che nel mese di luglio c’è stata la prima timida variazione positiva nel dato congiunturale della produzione industriale italiana. L’Ocse ha comunicato che il superindice che anticipa le tendenze del ciclo economico nei Paesi più sviluppati inizia a predire una possibile fase di espansione e, per una volta, è proprio l’Italia il Paese che dà i segnali più incoraggianti in questo senso. Guardando al mondo della finanza, gli indici azionari hanno vissuto 5 mesi di autentica euforia: l’indice Global Dow, che fotografa l’andamento dei mercati borsistici di tutto il mondo, è ai massimi dallo scorso ottobre.
Riteniamo tuttavia che non sia ancora arrivato il momento di abbassare la guardia. Certo il temuto crollo definitivo del sistema finanziario non c’è stato e non possiamo tacere che, se oggi il sistema ancora regge, è grazie allo straordinario armamentario di strumenti eccezionali che le banche centrali e i governi hanno prontamente messo in campo per evitare il peggio, in questo opportunamente consigliati da quella stessa categoria di ricercatori, gli economisti, che tanto sono stati bistrattati per non aver previsto la crisi.
Tuttavia sappiamo che gli effetti della crisi economica sul mercato del lavoro non si sono ancora del tutto manifestati. Tradizionalmente i primi semestri successivi al punto più basso della caduta del Pil vedono ancora crescere, talvolta sensibilmente, la disoccupazione. Le ragioni sono molteplici. Le aziende, prima di tagliare davvero l’occupazione, tendono a utilizzare tutti gli strumenti disponibili (come la Cassa integrazione in Italia), perché sperano di poter resistere alla crisi e riprendere, in un futuro relativamente prossimo, il normale ciclo produttivo, per il quale avranno bisogno della manodopera che avevano prima della crisi. Licenziare un lavoratore che ha lavorato e si è formato in azienda, acquisendo competenze e capacità che hanno aumentato il capitale umano proprio e dell’azienda, è un costo che un imprenditore è disposto a pagare solo come "extrema ratio". E questo costo è tanto più alto e quindi i licenziamenti tanto meno probabili, quanto più difficile è recuperare sul mercato quel tipo di competenze che il licenziato si porterebbe via.
Tuttavia vi è un limite invalicabile a questo processo di "conservazione del lavoro" o, per riprendere il termine inglese molto usato dagli economisti del lavoro, di "labour hoarding". Tale limite è costituito dalla sopravvivenza dell’azienda. Quando le imprese chiudono, non c’è capitale umano che tenga: si va tutti a casa. E lunghi periodi di credito basso e di domanda ridotta al lumicino, come quello da cui veniamo, aumentano molto la probabilità di chiusure fallimentari.
Per questo crediamo che ci siano ancora motivi di preoccupazione, soprattutto legati a questi fenomeni tipici del mercato del lavoro subito dopo le recessioni. Pur avendo ancora qualche cautela, è importante tuttavia pensare al dopo-crisi. Come sarà il mondo e come sarà l’Italia?
Una cosa è certa: tutti i Paesi avranno a che fare con deficit pubblici alti e debiti pubblici crescenti. La competizione per il rifinanziamento dei debiti sarà molto forte e questo spingerà i governi dei Paesi più deboli (cioè quelli con il debito più alto, come l’Italia) a mantenere una disciplina di bilancio pubblico molto rigida. Non ci potranno essere grandi fughe in avanti, come riduzione di tasse o aumenti di spesa pubblica: sarà molto più probabile il contrario. E sarà un bene che tutti i Paesi collaborino in questa strategia. Altrimenti un grande rischio è dietro l’angolo: quello di scatenare una nuova bolla inflattiva che, aumentando il livello dei prezzi e riducendo il valore reale del debito pubblico, risolva di colpo i problemi di bilancio. Ma questa sarebbe una soluzione in cui tutti perderebbero tanto: le banche centrali la loro credibilità e, quindi, la possibilità di portare avanti la politica monetaria in futuro; i governi il sostegno dei loro elettori; i cittadini il valore dei loro risparmi. La crisi sarà pure finita ma, come si vede, i rischi che corriamo sono ancora enormi.

Nico Curci – economista