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Da far crollare al più presto per il bene dell’Europa
Alla vigilia del XX anniversario del crollo del Muro di Berlino, la domanda (scolastica solo in apparenza) “cosa ha rappresentato la fine formale e sostanziale della Guerra Fredda per l’Europa e le sue Istituzioni?” trova più d’una risposta. Ancor prima delle risposte e delle analisi – sull’oggettività delle quali nessuno è onestamente in grado di mettere la mano sul fuoco, per la storia due decenni sono meno di un respiro – si impone una premessa: oltre all’afflato popolare, oltre alla distensione tra Mosca e Washington, oltre all’impegno personale di Karol Wojtyla, parte del merito del crollo del Muro va attribuita proprio all’esempio di libertà, sviluppo, democrazia e rispetto dei diritti umani di cui fin dall’inizio è stato latore il progetto dell’unificazione comunitaria. Nelle idee (sempre) e nelle azioni (spesso).Il “livello” della risposta alla domanda iniziale è duplice. In ordine all’integrazione del Continente europeo, la sparizione delle frontiere politiche ed economiche ha rappresentato la vittoria della ragione e della pace sull’illogicità e sulla guerra. Le comuni origini storiche, culturali e religiose si sono finalmente ritrovate in un’unità che – per quanto ancora eterogenea – tende irreversibilmente alla coesione. Il secondo livello è quello dell’ingresso dei Paesi dell’Est europeo nell’Unione europea. Come ebbe a dire l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, adesioni passate e future costituiscono “l’evento più significativo dalla fine della seconda Guerra mondiale”. E come dargli torto, se solo si pensa al fatto che Stati che per mezzo secolo si puntavano contro l’un l’altro missili nucleari siedono ora quotidianamente allo stesso tavolo con lo stesso ordine del giorno?Ma duplice è anche la “natura” della risposta, soprattutto in relazione all’allargamento delle Comunità. Il processo di modernizzazione e democratizzazione delle istituzioni nazionali ed in generale del modello di governance, iniziato nel periodo di pre-adesione e tuttora in corso, è positivo tanto per gli Stati dell’Est quanto per i “partner storici” dell’Unione (che hanno avuto occasione di rispolverare il senso di solidarietà che gli anni 90 avevano messo in disparte). Ancora negativo risulta al contrario essere l’impatto della (affrettata) adesione di massa sulle Istituzioni Ue e sul loro funzionamento. Le regole erano obsolete a 15, lo sono ancor di più a 27. L’immobilismo decisionale da politico è divenuto geopolitico. Da qui il blocco delle riforme, e la difficoltà dell’Ue di cucirsi addosso un abito che vesta la sua nuova taglia. Abito politico, sociale ed ambientale, non solo economico e commerciale.Funzionamento, competenze, processo decisionale: troppo poche le modifiche sostanziali negli ultimi venti, dieci, cinque anni. Il muro delle non-riforme, tutt’altro che invisibile, va fatto crollare quanto prima: altrimenti a noi ed ai nostri figli resterà sì la giusta soddisfazione della storia, ma con l’amaro in bocca di un’occasione malamente ed ingiustamente sprecata.