ABRUZZO

Comunità da “ricostruire”

Diocesi e parrocchie nella mutata realtà sociale e urbanistica

Settembre è il mese in cui tutte le diocesi d’Italia si rimettono in cammino con la ripresa delle attività pastorali e di catechesi. Ma c’è una diocesi in Italia in cui la pastorale è chiamata a reinventarsi per adeguarsi ad una situazione che dall’aprile scorso è radicalmente cambiata. Perché il terremoto a L’Aquila, che il 24 settembre si è fatto risentire, non si è limitato a stravolgere le vite di migliaia di persone, a sfregiare il volto della città e dei suoi monumenti, ma ha modificato il volto dell’intero territorio e delle sue comunità. Statistiche e numeri riguardanti vie e quartieri, frazioni e interi paesi non valgono più. Carta straccia di fronte ad una situazione in continuo divenire e destinata a modificarsi ulteriormente nei prossimi mesi con l’ingresso delle famiglie nelle nuove abitazioni e il progressivo rientro di chi ha trascorso gli ultimi cinque mesi in altre città e province.

Pastorale da ripensare. Alcuni mesi fa il vicario generale dell’arcidiocesi, mons. Alfredo Cantalini, aveva spiegato che, prima di qualsiasi decisione sul futuro, era necessario capire dove sarebbero andate le famiglie per poi “sedersi attorno ad un tavolo e decidere come intervenire”. È quello che sta succedendo in questi giorni anche se, come conferma don Dante Di Nardo, vicario episcopale per la pastorale: “Nessuna decisione ufficiale è stata ancora presa”. L’urgenza principale in questo momento è rappresentata dalla nascita dei complessi abitativi previsti dal Piano Case: 20 nuovi quartieri che, nel Comune di L’Aquila, ospiteranno quasi 16 mila persone. “Sarà importante lavorare perché questi non diventino quartieri dormitorio ma comunità”, afferma il direttore di Caritas L’Aquila, don Dionisio Rodriguez, che aggiunge: “Questo sarà il compito della Chiesa locale chiamata a rimanere al fianco della popolazione”.

Una terra trasformata. Al termine delle assegnazioni ci saranno frazioni come Cese di Preturo che passeranno da 450 a quasi 2.500 abitanti.”Dai primi incontri informali -spiega don Di Nardo – è emersa la volontà di non creare nuove parrocchie ma di inserire i villaggi in costruzione nelle comunità in cui si trovano. Così da evitare qualsiasi forma di ghettizzazione. Ci saranno tante persone provenienti da luoghi e zone diverse che si troveranno a vivere insieme. Per questo sarà importante accompagnarli, aiutandoli a conoscersi, perché questi diventino luoghi di comunione. Senza dimenticare la necessità di salvaguardare i rapporti con le persone che già vivevano in quelle frazioni, evitando di creare ostilità o forme di separazione”. Per far questo sono, però, necessari spazi in cui la popolazione possa ritrovarsi. Secondo i progetti in ogni area è prevista la destinazione del 40% del terreno a servizi ma, per il momento, i lavori si concentrano sulla conclusione degli edifici. “Dobbiamo capire come fare a servire le persone che saranno costrette a spostarsi nelle nuove abitazioni – continua il vicario episcopale – per questo, abbiamo chiesto alla Protezione Civile la disponibilità a creare degli spazi da riservare al servizio religioso e alla vita delle comunità. Un modo per andare incontro alle famiglie che potrebbero decidere di continuare a frequentare i propri quartieri, invece di integrarsi nella nuova realtà”.

Riconciliare le comunità. Avvicinandosi il rientro di parte della popolazione crescono anche le preoccupazioni, più volte espresse nei mesi scorsi, per il risentimento nei confronti di chi si è spostato sulla costa da parte di quanti sono rimasti nelle tendopoli. Sentimenti spesso nascosti che affiorano quando si parla con la gente, sotto forma di semplici battute o vere e proprie accuse. “Il risentimento c’è – racconta don Di Nardo – ma penso che con il tempo questi sentimenti si affievoliranno. La gente ha ancora bisogno di metabolizzare quanto accaduto. Dobbiamo far capire che non ci sono eroi e approfittatori ma solo persone che hanno fatto quello che si sentivano in base alla situazione familiare e al modo in cui hanno reagito alla tragedia. Speriamo solo che questo non influisca nei rapporti che si creeranno nei nuovi quartieri”.

Ripartire dal dopo scuola. In questo settembre c’è anche chi, come la parrocchia di Sant’Antonio di Pile, ha pensato di riprendere le proprie attività parrocchiali coinvolgendo la comunità in un servizio di doposcuola. “Un’iniziativa – dice il parroco, don Ramon Mangili – nata per andare incontro alle famiglie. Nel nostro quartiere ci sono quattro delle nuove scuole provvisorie costruite dalla Protezione Civile e questo significa avere un bacino di circa un migliaio di studenti che in molti casi, finite le lezioni, si trovano senza un posto dove andare in attesa che i genitori finiscano il lavoro. Prima del terremoto molti tornavano a casa da soli o andavano dai nonni, ma ora vivendo sulla costa o fuori città questo non è più possibile”. È così che la parrocchia di Sant’Antonio ha deciso, con il sostegno della Caritas, di allestire un’area con quattro container che serviranno da aule, una ludoteca e i servizi igienici. “Un modo – secondo don Mangili – per ritrovarsi e riprendere le attività”. A Pile sorgerà anche uno dei nuovi villaggi che ospiterà circa mille persone. “Sarà importante capire quante saranno le famiglie nuove rispetto a chi già viveva qui – afferma il parroco – ma ci stiamo preparando e certamente organizzeremo un momento per dare a queste persone il benvenuto nella nostra comunità”.

dall’inviato SIR a L’Aquila