TERREMOTO A SUMATRA
La testimonianza di un missionario italiano ” “
“Attorno a noi tanta sofferenza e dolore, si continua a cercare le vittime. Noi missionari e sacerdoti diocesani salvi. Una preghiera”. È il testo del messaggio sms che padre Angelo Cappannini, missionario saveriano in Indonesia dal 1975, ha inviato nei giorni scorsi ai telefoni cellulari dei suoi familiari e amici in Italia per rassicurarli delle sue condizioni. Il violento terremoto nel Sud Est asiatico aveva interrotto tutte le comunicazioni e così il messaggio, anche se di poche parole, ha almeno tranquillizzato i suoi cari. Padre Cappannini, originario di Castelplanio (diocesi di Jesi), aveva già vissuto la tragedia dello tsunami del 2006. Ora è responsabile e coordinatore della diocesi di Padang e dell’intera zona di Sumatra Barat, un territorio vastissimo abitato da decine di migliaia di persone. Il lavoro di padre Cappannini era già delicato prima del terremoto e ora la situazione è in emergenza. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente in Indonesia. La voce è squillante come fosse vicino a noi e invece si trova a quindici ore di aereo e a dodicimila chilometri dall’Italia, sull’Isola di Sumatra, nella cittadina di Padang, davanti all’ospedale cattolico, alle ore 16 (ora italiana – ore 21 ora indonesiana) di mercoledì 7 ottobre. Un colloquio di pochi minuti che ci ha permesso di comprendere quale sia la situazione attuale dopo il violentissimo terremoto di una settimana fa.
Padre Angelo: abbiamo seguito con apprensione il dramma che il popolo indonesiano sta affrontando dopo il terremoto. Qual è la sua testimonianza?
“Siamo nel dopo-terremoto e la vita sta lentamente riprendendo. Ho appena concluso una visita nella parte dell’ospedale che non è crollata. Ho incontrato i tanti ricoverati che hanno subito diversi traumi, il personale medico è ridotto nel numero e mancano anche i medicinali. Sono diversi anni che presto servizio presso l’ospedale di Padang in cui, oltre all’assistenza spirituale, aiuto anche nelle medicazioni, nelle fasciature, nella somministrazione dei medicinali. Intanto, oggi è tornata la corrente elettrica e questo è già un grande segno di lento ritorno ad una vita quasi normale”.
In Italia sono state attivate subito delle raccolte di fondi, in particolare dalla Caritas, per venire in soccorso alle vostre necessità del dopo-terremoto. Come vi state organizzando?
“In città e nelle zone del centro sono arrivati molti aiuti soprattutto dalla Germania, dalla Corea e dal Giappone. Nelle periferie i problemi sono ancora tanti per il fango che impedisce i collegamenti con i paesi più piccoli e difficili da raggiungere. C’è bisogno di aiuto perché qui manca tutto, oltre ai beni di prima necessità, cibo, coperte, vestiti. Speriamo che la comunità internazionale continui nel suo sostegno”.
La popolazione come sta vivendo questo momento?
“All’ospedale cattolico di Sumatra, fondato 30 anni fa, abbiamo accolto centinaia di malati, per la maggior parte islamici e stiamo sperimentando una grande fratellanza, ci sentiamo una comunità ancora più unita in questo momento di immenso dolore”.
Come sono ora i collegamenti con I’Italia?
“Ho ripensato in questi giorni al terremoto abruzzese e penso che stiamo vivendo una situazione simile. Oggi sono riuscito finalmente a sentire la voce dei miei familiari. Ora che è stata riattivata l’energia elettrica è tutto più semplice e immediato”.
Scheda
Lo scorso anno, durante un suo soggiorno in Italia, padre Cappannini ha raccontato a “Voce della Vallesina” (settimanale della diocesi di Jesi) qualcosa della terra indonesiana e del suo servizio. “Gli indonesiani – aveva detto – sono di tanti gruppi etnici, di culture varie, sono ricchi di doni naturali e il loro animo, nonostante le difficoltà, cerca l’armonia e la concordia, anche se poi in realtà spesso ci sono tanti conflitti. In questi ultimi trent’anni l’Asia ha vissuto un grande progresso. Per quanto riguarda l’aspetto religioso, se il lavoro del missionario era prima lasciato all’iniziativa e alla libertà della congregazione senza il condizionamento del governo e del gruppo islamico, dal 2000 i missionari hanno dovuto cambiare il loro servizio e passare a un lavoro ausiliario delle Chiese locali. Il numero dei cristiani è in aumento, anche se in alcune zone in quest’ultimo periodo registra una flessione dovuta a tanti fattori e soprattutto a una visione diversa della Chiesa e della missione. La Chiesa cattolica ha avvertito che non si può assumere un atteggiamento di avversità verso le altre religioni e si deve cercare di costruire rapporti umani per arrivare ad una condivisione su alcuni aspetti, magari in campo scolastico e sociale. Con qualche esponente islamico più aperto si può tentare anche qualche scambio di idee, ma spesso noi cristiani siamo accusati di fare proselitismo. Noi missionari abbiamo avuto il carisma di annunciare il Vangelo ai nostri fratelli e sorelle lontani che non lo hanno ancora conosciuto, ma ci sono tante necessità di una nuova evangelizzazione anche in Italia verso coloro che vengono da Paesi lontani e attraverso di loro dobbiamo creare nuovi rapporti con le persone di altre religioni”.