SERBIA
Voci dai monasteri ortodossi della Serbia
Il primato della vita contemplativa su quella attiva, l’importanza del lavoro come mezzo di sostentamento necessario per la vita di tutti i giorni, lo studio, ma soprattutto la fede come segno di appartenenza e di identità di un popolo. È quanto si respira all’interno dei monasteri ortodossi che si trovano all’interno di Fruska Gora, nel nord della Serbia, oggi zona protetta, segnata dalle antiche vie dei monaci che qui hanno trovato l’ambiente ideale per fondare tanti dei loro monasteri. Costretti alla fuga verso il nord, nella zona della Vojvodina, dall’invasione ottomana, sacerdoti, monaci e popolazione qui costruirono un grande numero di monasteri, per preservare la religione e l’identità nazionale. Sul monte Fruska Gora, a partire dalla fine del XIV secolo, erano attivi ben 35 monasteri. Oggi ne restano 17. Durante l’occupazione ottomana furono proprio i monasteri a incoraggiare lo spirito e la memoria, elementi essenziali per preservare il patrimonio religioso serbo, nonché per incontrare le sfide dell’era nuova. Sfide che oggi si chiamano anche integrazione europea, secolarizzazione ed ecumenismo e che vengono affrontate nel nome dei santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori dei popoli slavi e per questo eletti a patroni d’Europa da Giovanni Paolo II.Nel nome di Cirillo e Metodio. “Abbiamo riaperto il monastero, che risale al 1343, da pochi anni, dopo due secoli di chiusura” dice a SIR Europa il pope Kalistrat, del monastero di Dobrun, in territorio bosniaco vicinissimo al confine serbo. Il luogo è dominato da una grande statua di Karadorde Petrovic che nel 1804 si rivoltò contro l’occupazione dei Turchi spingendoli a creare un principato serbo autonomo all’interno dell’impero ottomano. “Siamo 5 monaci e viviamo di preghiera e di lavoro, abbiamo anche un museo che ricorda la prima sommossa serba contro i turchi, quella del 1804. I nostri modelli sono Cirillo e Metodio, sono esempi da seguire anche oggi per la nostra gente. La minaccia del secolarismo, la perdita dei valori religiosi sono sfide da vincere”. Per il pope l’integrazione europea non è una minaccia alla fede, “la Chiesa e l’Europa sono due cose distinte, che vanno tenute separate”, dice. “Casomai a preoccupare è la partecipazione della gente alla vita di fede, molti, infatti, sono vecchi e i giovani sono di meno. Prima la gente andava via per trovare lavoro oggi per un certo allentamento della fede”.Ecumenismo per testimoniare. Una preoccupazione condivisa da Maxim, pope del monastero di Krusedol, la cui origine si lega ad un altra grande figura della storia di questa terra, ovvero Djuradi Brankovic, ultimo regnante serbo. Il monastero quest’anno celebra il suo 500° anniversario. “Questa ricorrenza – afferma – spiega tutta l’importanza che riveste il monastero nella nostra cultura e vita di fede. Il credente ha sempre visto in questo luogo un punto di riferimento per la sua fede. Con la caduta del comunismo abbiamo visto molta gente tornare alla fede anche se, c’è da dire, che tra loro c’è anche chi lo ha fatto per ricostruirsi una facciata. Costoro non erano credenti prima e non lo sono ora”. Amicizia e condivisione esiste invece con la minoranza cattolica “con la quale ci sentiamo veramente vicini. I passi di riavvicinamento sono importanti anche se ci vorrà ancora molto tempo per vedere dei risultati concreti. Ciò che importa è che cattolici e ortodossi diano una testimonianza di fede e di valori evangelici all’Europa sempre più scristianizzata”. Nonostante il comunismo. “Nonostante il comunismo, che per decenni ci ha impedito una normale vita di fede, registriamo delle vocazioni”, afferma una monaca della comunità del monastero di Grgeteg, risalente al 1475. “La vita nel monastero è dura, la sveglia è alle 3 del mattino e si prega e si lavora fino alle 20 quando ci si ritira nella propria camera. La presenza tra le nostre religiose, siamo in 28, di alcune giovani è la risposta che c’è una rinascita in atto nel periodo post-comunista”. La decisione della Serbia di aderire all’Unione europea non sembra preoccupare più di tanto. “Il rischio che il nostro popolo possa perdere la propria identità e fede esiste – afferma la religiosa – ma è necessario che la Chiesa e la politica si adoperino su livelli separati per conseguire i propri obiettivi. In questa prospettiva il cammino ecumenico potrà servire alla difesa dei valori evangelici che il relativismo e la secolarizzazione che vediamo crescere in Europa mettono sempre più in discussione”.