CHIESA E AMBIENTE
Verso la conferenza di Copenaghen (7-18 dicembre)
"Il bene comune globale: la dimensione ambientale" è stato il tema affrontato da Simone Morandini (Fondazione Lanza di Padova e Facoltà Teologica del Triveneto), sabato, 10 ottobre, nel corso delle prime Giornate sociali cattoliche per l’Europa che si sono tenute a Danzica (Polonia) dall’8 all’11 ottobre. Nel prossimo dicembre si terrà a Copenaghen la Conferenza delle Parti che è chiamata a definire le linee di contrasto nei confronti del riscaldamento globale a partire dal 2012, quando si concluderà la validità del Protocollo di Kyoto (un accordo limitato nella sua efficacia, ma significativo come espressione di un’assunzione di responsabilità condivisa da parte della comunità internazionale). Di qui il ripetuto richiamo a trovare un accordo per un più ampio impegno in questa direzione: solo una famiglia umana che sappia agire congiuntamente potrà far fronte ad una crisi di portata così vasta. È stato detto più volte: occorre agire presto ed efficacemente, con drastiche riduzioni delle emissioni globali dei gas climalteranti (anidride carbonica, metano…). In tale prospettiva la Conferenza di Copenaghen assume una forte rilevanza politica ed etica – ma persino teologica, oserei dire – come luogo di verifica della capacità della famiglia umana ad essere davvero tale. Certo, le modalità non potranno che essere differenti: esistono paesi in cui il tasso di emissioni pro capite è una frazione di quello medio; ad essi potrà essere richiesto solo di adottare politiche di sviluppo leggere dal punto di vista delle emissioni di carbonio. Diversa è la situazione dei Paesi che in questi anni hanno sperimentato tassi di sviluppo accelerati, cui potrà e dovrà essere chiesto un forte impegno nel contenimento della crescita delle emissioni. Ancora differente la condizione dei Paesi maggiormente industrializzati: essi dovranno avviare politiche caratterizzate da consistenti tagli nelle rispettive emissioni da realizzarsi tramite un mix opportuno di ecosufficienza ed ecoefficienza ma rendere pure disponibili tecnologie verdi per gli altri membri della comunità internazionale. In questa direzione vorremmo che guardasse in particolare l’impegno dell’Unione europea in vista della Conferenza di Copenaghen: ad una profonda revisione delle modalità di produzione e delle forme di organizzazione sociale, nel segno della sostenibilità. Particolarmente critici, in questo senso, appaiono ambiti come quello dell’energia, della mobilità, della gestione dei rifiuti. Certo è pure chiaro che ciò che si chiede ai paesi più industrializzati è anche una profonda revisione dei rispettivi stili di vita, una capacità creativa di costruire vite di qualità, senza pesare eccessivamente sul pianeta terra. Occorre comprendere che quella responsabilità per il futuro della terra e per il bene comune globale, che è in gioco nelle grandi scelte di politica economica, è pure interpellata in azioni quotidiane come il fare la spesa, o nella scelta del mezzo di trasporto da utilizzare, o nel riscaldamento e nell’illuminazione degli edifici. Le stesse comunità ecclesiali devono orientare in questo senso la concretezza del loro vissuto: una forma di vita sostenibile è essenziale per poter dire efficacemente la fede nel Creatore. Per quanto riguarda la dimensione spirituale ed educativa, mi pare che in quest’ambito la tradizione cattolica – assieme a quelle delle altre chiese cristiane – abbia un bagaglio di spiritualità e di vita vissuta che può assumere valore paradigmatico per la società civile del nostro continente. Si tratterà di valorizzare la tradizione francescana dell’amore per la creazione e lo stile scout (ma non solo) dell’essenzialità, ma anche quel gusto del ben operare, valorizzando i beni della creazione che potremmo associare alla tradizione benedettina. C’è, dunque, una dimensione educativa della questione ambientale su cui le Chiese d’Europa possono debbono essere in prima linea. Mi piace ricordare l’esperienza dei 6 incontri per i delegati per l’ambiente delle varie Conferenze episcopali, promossi dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee. Pure significativa la progressiva diffusione della celebrazione del “tempo per il creato” all’interno delle Chiese europee: la proposta originariamente formulata dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli per il 1° settembre primo giorno dell’anno liturgico ortodosso – sta diventando elemento di condivisione ecumenica. Non appare, allora, casuale che proprio l’attenzione per il creato sia stato un punto forte di convergenza nel messaggio finale della III Assemblea ecumenica svoltasi a Sibiu nel 2007, come pure della Charta Oecumenica siglata a Strasburgo nel 2001. Sono gesti che fanno parte ormai del cammino ecclesiale in Europa e che attendono solo di tradursi nella concretezza dei vissuti comunitari. Simone Morandini (Fondazione Lanza)