BENEDETTO XVI
L’Africa e don Gnocchi nelle parole del Papa
In una società dell’immagine come la nostra, l’idea del cieco del racconto evangelico che Gesù incontra a Gerico, ultima tappa del cammino verso Gerusalemme, suggerisce alcuni interrogativi. Chi è il cieco oggi? Certo colui che non ha la vista, ma anche chi non usa la propria vista, chi dimentica l’uomo lasciato ai margini della strada, che non vede il dramma che in molte regioni si consuma. “L’uomo è figlio della luce, fatto per vedere la luce, ma ha perso la vista, e si trova costretto a mendicare”.
Papa Benedetto chiude, nella basilica vaticana di San Pietro, il Sinodo dei vescovi per l’Africa e ricorda che il disegno di Dio non muta, “attraverso i secoli e i rivolgimenti della storia, egli punta sempre alla stessa meta: il regno della libertà e della pace per tutti”. Predilezione, dunque, “per quanti di libertà e di pace sono privi, per quanti sono violati nella propria dignità di persone umane”; quanti, in Africa, “soffrono povertà, malattie, ingiustizie, guerre, violenze, migrazioni forzate”. E questi sono, afferma il Papa, come il cieco che Gesù incontra sulla sua strada: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”, gli chiede. “Che io veda di nuovo”, la risposta. Ma quanti sono i “ciechi” che non vogliono vedere oggi? Quanti vogliono ignorare la strada che porta alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace.
Il cieco Bartimeo riacquista la vista, liberamente decide di seguire Gesù verso Gerusalemme. Decide. Dio sa, ma chiede, vuole che sia l’uomo a parlare; vuole che l’uomo si alzi in piedi. Bartimeo decide, cioè, di seguire la “luce” dopo aver sperimentato la salvezza. È questo il messaggio che papa Benedetto lascia a conclusione del Sinodo dei vescovi e che riassume nell’invito: coraggio, alzati continente africano. Chiede che l’uomo veda che la fede, quando è bene intesa e praticata, “guida gli uomini e i popoli alla libertà nella verità”; li guida alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace. Veda ancora che nella Chiesa, famiglia di Dio, “non p ossono sussistere divisioni su base etnica, linguistica e culturale”.
Ma non è solo l’uomo africano che deve riacquistare la vista. Quarant’anni fa papa Paolo VI consegnava alla Chiesa la profetica enciclica “Populorum progressio” , nella quale indicava, e i missionari l’hanno messa in pratica in questi anni, che promuovere uno sviluppo rispettoso delle culture locali e dell’ambiente è l’unica logica in grado di far uscire i popoli africani dalla schiavitù della fame e delle malattie. Così citando la sua enciclica “Caritas in veritate”, il Papa afferma l’urgenza di “rinnovare il modello di sviluppo globale, in modo che sia capace di includere tutti i popoli e non solamente quelli adeguatamente attrezzati”. La globalizzazione, ha aggiunto, non va intesa “fatalisticamente come se le sue dinamiche fossero prodotte da anonime forze impersonali e indipendenti dalla volontà umana”. La globalizzazione, invece, è realtà umana, modificabile: “La Chiesa lavora con la sua concezione personalistica e comunitaria, per orientare il processo in termini di razionalità, di fraternità e di condivisione”.
Uno sviluppo, dunque, che includa tutti, che sia impegno a operare con ogni mezzo disponibile “perché a nessun africano manchi il pane quotidiano”. E c’è un altro aspetto della vita nel continente africano che vede la Chiesa coinvolta nel processo di sviluppo, chiamata a far vedere errori e difficoltà: la famiglia. Il Sinodo ha messo in rilievo, nelle tre settimane di lavori, che la famiglia è “cellula primaria della società” anche in Africa, ma “oggi viene minacciata da correnti ideologiche provenienti anche dall’esterno”, ha affermato il Papa parlando, dal sagrato di San Pietro, ai fedeli presenti in piazza per l’Angelus e a quanti seguivano da piazza del Duomo a Milano la recita della preghiera mariana, dopo la cerimonia di beatificazione di don Carlo Gnocchi, un sacerdote “accanto alla vita, sempre”.
Non solo la famiglia, anche i giovani sono “esposti a questo tipo di pressione, influenzati da modelli di pensiero e di comportamento che contrastano con i valori umani e cristiani dei popoli africani”. Una cecità diversa, se vogliamo, che coglie solo un aspetto della realtà africana, e cerca di importare uno stile di vita scarsamente attento alle culture dei Paesi. Ecco, dunque, l’impegno della Chiesa, dei suoi missionari, perché nessuno sia privo del necessario per vivere, e tutti possano condurre un’esistenza degna dell’essere umano.
E qui ancora si inserisce “l’urgente azione evangelizzatrice”, tema più volte affrontato negli interventi al Sinodo, che comporta “un appello pressante alla riconciliazione, condizione indispensabile per instaurare in Africa rapporti di giustizia tra gli uomini e per costruire una pace equa e duratura, nel rispetto di ogni individuo e di ogni popolo; una pace che ha bisogno e si apre all’apporto di tutte le persone di buona volontà al di là delle rispettive appartenenze religiose, etniche, linguistiche, culturali e sociali”.
Un continente, l’Africa, che chiede giustizia, pace, come sottolineano i vescovi nel messaggio finale, nel quale domandano la “mobilitazione delle nazioni africane per la riduzione della povertà e il raggiungimento di una pace duratura”. Sinodo che “fa appello ai governi perché, da una giusta ridistribuzione dei frutti dello sviluppo, provvedano alla sicurezza della società e ai bisogni essenziali della vita dei più vulnerabili” promuovendo una rinnovata attenzione alla vita umana. Di qui la richiesta di “porre in atto un sistema per fermare le uccisioni, i sequestri nel continente. L’insicurezza della vita e della proprietà e la mancanza del buon ordine accresce l’emigrazione e la fuga di cervelli e di conseguenza aumenta la povertà”.
Fabio Zavattaro