ANGLICANI-CATTOLICI
Al primo posto la passione per l’unità dei cristiani
Ci vorranno ancora mesi, forse anni, per avere idee più chiare sul numero degli anglicani che hanno chiesto di entrare a far parte della Chiesa cattolica romana e per comprendere meglio se questo passo favorirà lo sviluppo di una maggiore comprensione tra anglicani e cattolici, com’è da auspicare, o se aumenterà attriti e risentimenti. Il punto di partenza è stato provvidenzialmente considerato positivo e l’annuncio di una Costituzione apostolica speciale ha prodotto più di una speranza per una stagione di più intenso dialogo ecumenico. La Chiesa anglicana, si trova coinvolta da una crisi tra le più serie dal tempo di Enrico VIII, implicata in un processo di discussione su temi fondamentali che hanno provocato dissenso e convulse trattative mal riuscite. Il cardinale Ivan Diaz ne ha parlato in modo crudo come di una specie di “Parkinson ecclesiale”. La soluzione del passaggio alla Chiesa cattolica, conservando segni significati della tradizione anglicana, può risultare l’avvio di una soluzione di cui non si vede alternativa. Il comunicato congiunto dell’arcivescovo primate della Chiesa cattolica d’Inghilterra Nichols e l’arcivescovo di Canterbury Williams, primate della Comunione anglicana, fa supporre l’esistenza di un accordo che dovrebbe tener fuori risentimenti e lacerazioni come, in casi di questo tipo si sono verificati in ambito ortodosso e perdurano tuttora. L’allontanamento e l’approdo alla Chiesa di Roma da parte di un gruppo consistente di anglicani sono la conseguenza di un acuto disagio e di una insopportabile sofferenza e del desiderio di conservare alcuni principi fondamentali della propria fede e tradizione. Le questioni più acutamente sollevate, com’è risaputo, sono l’ordinazione delle donne al presbiterato e la consacrazione di ministri gay. Non sono le uniche ragioni e neppure questioni che riguardano solo la chiesa anglicana. È il disagio presente in tutte le comunità cristiani che fatica a coniugare in maniera evangelicamente corretta le ragione della fede con le accelerazioni della storia, i principi dell’etica cristiana con il pluralismo etico e la “dittatura” del relativismo. Un frate francescano anglicano Benedict Winsper, il 22 ottobre scorso, in un convegno tenuto al Sacro Convento di S. Francesco d’Assisi, non ha voluto parlare di questa vicenda, ma ha tracciato una storia della ricomposizione del movimento francescano che da metà dell”800 fino ad oggi non si è arrestato, e ciò sta ad indicare la varietà delle dinamiche presenti nella Chiesa anglicana. Frà Benedict ha osservato che ciò che sta avvenendo “non sono problemi degli anglicani, ma di tutti i cristiani secolarizzati”, per cui la risposta non dovrebbe essere altro che “la preghiera per l’unità secondo i desideri e i tempi di Dio”. Il “ritorno” a Roma – ha ragione il pastore Olger Milkau, decano della Chiesa luterana di Roma – non è la via per l’unione dei cristiani, anzi è una modalità che favorisce uno scisma nella Chiesa anglicana (Nev 47). Forse si dovrebbe considerare che lo scisma, di cui molti anche anglicani sentono il ricordo, è quello originario di metà del Cinquecento, che, come si sa, non fu un cambiamento di dottrina o di prassi ecclesiale. Tale ricordo ha favorito il formarsi in vasti ceti dell’anglicanesimo di una certa nostalgia di Roma, che va oltre il famoso movimento d’Oxford che ha anticipato la vicenda attuale con il “ritorno” alla Chiesa cattolica di personaggi illustri, tra cui Newman, divenuto poi cardinale. Pur non essendo il “ritorno a Roma” e il conseguente cosiddetto “uniatismo” il modello del cammino ecumenico verso la piena comunione tra le Chiese cristiane, tutto il lavoro finora svolto per la comprensione reciproca – in questo giorni si celebra il decennale della Dichiarazione congiunta tra cattolici e luterani sulla Giustificazione (Augsburg 31 ottobre 1999) – permetterà di interpretare il passaggio di questi fratelli cristiani anglicani non come uno strappo, una lacerazione e neppure come una “conversione”, come ha ribadito il pastore valdese Paolo Ricca durante il citato convegno, affermando che il trasferimento da una Chiesa ad un’altra dovrebbe essere considerato come il passaggio in un “diverso contesto ecclesiale”. È un’ espressione certamente riduttiva, quasi che ogni contesto sia valido indipendentemente dalla sua coerenza con il vangelo, ma certamente tesa ad evitare o almeno diminuire il tasso di conflittualità tra i cristiani. Oggi le Chiese hanno altri problemi di fedeltà e di testimonianza, di carità e comunione, per essere autentici annunciatori di speranza in un tempo particolarmente bisognoso della luce e del lievito di Cristo, offerti al mondo da cristiani veramente “credenti e credibili”.