ALDA MERINI
Nella “follia” la ricerca dell’Altro
In un’intervista di non molto tempo fa, Alda Merini confidò che per lei il manicomio (“dove non si stava poi male, lì ho trovato anime povere ma non disperate”) era stato in realtà un esilio, aggiungendo poi che lì non si era sentita sola, perché aveva avvertito “la presenza di Dio e della sua misericordia”. Cortese, asciutta, senza concessioni alla teatralità che pure il mito letterario della follia poteva favorire, una delle più grandi poetesse italiane del Novecento (scomparsa il primo novembre all’età di 78 anni) raccontava ciò che abitualmente si ritiene indicibile, l’esperienza della follia.
Perché in fondo la follia è stata la cifra portante della sua fama, il che la apparenta ad un’altra grande figura del nostro Novecento poetico, il grande Dino Campana, il quale, tra l’altro, rispondeva con simile dignità e asciuttezza allo psichiatra che lo interrogava, dichiarando di aver scritto un tempo qualche verso (i “Canti Orfici” sono tra i capolavori assoluti della poesia non solo italiana) ma di non saperne fare più. Un destino comune reso ancora più sorprendente dal fatto che sia Campana, sia Merini (nata a Milano il 21 marzo del 1931) sono morti in luoghi di cura della follia, il primo a Castel Pulci, presso Firenze, nel 1932, la poetessa nel nosocomio San Paolo di Milano
Somiglianza impressionante tra i due destini, se non si dimentica però che molte altre rilevanti figure poetiche del nostro Novecento sono state sfiorate o condannate dal soffio di quella che noi chiamiamo follia ed hanno fatto salati conti con nosocomi e case di cura. Segno tangibile della contiguità tra sensibilità, sofferenza e arte.
Impossibile citare tutte le raccolte poetiche della Merini, ma la data della prima, “La presenza di Orfeo” (si noti ancora una contiguità con Campana, attraverso il riferimento ad Orfeo) uscita nel 1953, parla già di una precoce consegna alla voce interiore: nel 1950, Giacinto Spagnoletti aveva compreso due sue liriche nell'”Antologia della poesia italiana 1909-1949″ e l’anno dopo il nome della Merini era già presente nell’antologia “Poetesse del Novecento”. Questo vuol dire che la scrittrice a diciotto anni era già consacrata ufficialmente all’altare della poesia, senza dimenticare che due anni prima un’altra iniziazione si era compiuta nel suo destino, con il suo internamento nella clinica di Villa Turro.
In realtà la voce della poesia nella Merini si nutre dell’incontro con l’indicibile, con la notte e con l’assenza. L’incombere del nulla e della negazione diviene qualche volta possibilità di recuperare brandelli di visione in cui riaggalla qualche segno d’altro: “Le più belle poesie si scrivono/ davanti a un altare vuoto,/ accerchiati da argenti/ della divina follia” (da “La Terra Santa”, edita nel 1983). La possibilità di tornare a comunicare gli urti dell’incubo, che la accomunano ad altri altissimi tentativi (come quello del Lazzaro di Eliot nel “Canto d’amore di Prufrock” che grida “Vengo dal regno dei morti,/ torno per dirvi tutto, vi dirò tutto”) è una costante della sua poesia: “Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,/ il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola/ come una trappola da sacrificio” (“La Terra Santa”).
La sua lirica però non è rimasta fissa sulla contemplazione della propria lacerazione, perché ha continuato a tenere gli occhi aperti sul mondo, sulla violenza degli uomini, sulla contaminazione della natura, sull’amore, sui rapporti familiari, sulla divinità, che se da una parte consegna il segno di Giona (“e sei fratello a Giona”), dall’altra dona vita vera: “In mezzo a tanto orrore c’è una certezza, credo io, molto felice; la scelta di Dio” (“Maria”, 2001).
Con un linguaggio semplice, talvolta spezzato da una colloquialità nervosa – molte sue poesie sono state dettate talvolta addirittura al telefono – con un modo di costruire il verso o la frase sospeso tra il luogo comune e l’improvvisa illuminazione, Alda Merini conduceva una sua personale ricerca del Numinoso attraverso la molteplicità, come se in essa confluissero il pensiero zen e l’essenzialità francescana, tesi allo svelamento nell’uno divino: “Ma non piangerà certo un poeta per il ripudio di un uomo, perché gli uomini sono tanti, mentre Dio è uno solo” (“Maria”).
Marco Testi – critico letterario