ANGLICANI

Il tempo giusto

Lezione del card. Murphy-O’Connor sullo stato dell’ecumenismo

Il ritardo della pubblicazione della Costituzione Apostolica sugli anglicani che desiderano entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica è dovuta a ragioni tecniche e non a presunti sostanziali disaccordi sulla questione del celibato, come ipotizzato da alcune fonti giornalistiche: è quanto ha affermato in una nota il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi. La redazione definitiva del testo – ha sottolineato padre Lombardi – sarà completata entro la prima settimana di novembre “per assicurare la coerenza del linguaggio canonico”. A fare chiarezza sul lungo processo storico che ha portato la Santa Sede a pubblicare una Costituzione Apostolica è stato il card. Cormac Murphy-O’Connor, ex primate cattolico di Inghilterra e Galles, in una lezione tenuta nei giorni scorsi a Londra, dedicata al dialogo ecumenico tra cattolici e anglicani negli ultimi quarant’anni, di cui il cardinale è stato uno dei maggiori protagonisti. Una lunga storia. Era dal 1993/94 che i vescovi inglesi stavano discutendo riguardo alla risposta da dare a chi nella Chiesa anglicana di Inghilterra stava chiedendo di entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica. A ripercorrere la storia, è stato il card. Murphy-O’Connor. Nella relazione il cardinale ha parlato anche della decisione presa recentemente dalla Santa Sede: istituire con una Costituzione apostolica una apposita struttura canonica per favorire il passaggio di alcuni gruppi di anglicani che desiderano entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica. Sul “molto che è stato detto e scritto” in queste settimane, il cardinale ha voluto ricordare come nella stagione del ’93 e ’94, questa soluzione non si è potuta prendere. A quel tempo – ricorda Murphy O’Connor – insieme al cardinale Basil Hume, il vescovo Alan Clark di East Anglia, l’allora vescovo ausiliario di Westminster, ora primate cattolico Vincent Nichols, avevamo condotto trattative con il movimento anglicano conservatore “Forward in faith”, e con l’allora card. Ratzinger e i suoi consiglieri a Roma. “È vero – prosegue il racconto – che una qualche disposizione speciale per gli anglicani che volevano entrare in piena comunione con la Chiesa, una disposizione come gli Ordinariati personali, avrebbe potuto essere molto utile in quel momento. Ma dopo molte discussioni, è stato alla fine deciso che non sarebbe stato opportuno prendere questa iniziativa”. Questa decisione fu presa essenzialmente per “due ragioni”. “La prima – ricorda Murphy O’Connor – è che nel 1993-94 noi vescovi stavamo trattando esclusivamente con il clero della Chiesa d’Inghilterra, e qualsiasi risposta, come quella data ora dalla Santa Sede, avrebbe dovuto essere offerta a tutte le Province della Comunione anglicana. Non sembrava però essere di nostra competenza impegnarci in una simile risposta”. “L’altra ragione – ha proseguito il cardinale – è ancora più importante”. “Se la Santa Sede avesse offerto degli ordinariati personali allora, soprattutto qui in Inghilterra, c’era il rischio che questo venisse visto come un approccio non ecumenico da parte della Santa Sede, come se volesse mettere fuori la rete, per quanto si poteva. Sia Giovanni Paolo II che l’allora cardinale Ratzinger sarebbero stati contrari ad una mossa del genere, come lo eravamo noi quattro. Da allora, le cose sono cambiate e le ripetute richieste da parte di molti anglicani, non solo di Inghilterra, ma anche di altre province della Comunione anglicana, hanno reso necessario un nuovo approccio: motivo per cui penso che gli Ordinariati personali offerti dal Santo Padre non possono essere visti oggi in alcun modo anti-ecumenici, quanto piuttosto come una risposta generosa alle persone che hanno bussato alla porta per un lungo periodo”. Lo stato dell’ecumenismo. Nella sua lezione, il cardinale inglese fa poi una considerazione sullo stato dell’ecumenismo tra la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana. Dialogo – ha detto il cardinale – che ha risolto con una serie di documenti – alcune delle dispute teologiche che si trovavano “sulla strada delle nostre divisioni dolorose”. Nonostante i traguardi raggiunti, “dobbiamo riconoscere – ha detto – che ci sono ancora gravi problemi che il movimento ecumenico deve affrontare e che, nonostante i progressi molto incoraggianti, la strada da percorrere appare ancora difficile e lunga. È importante, per la Chiesa, riconoscere che vive in una situazione intermedia tra il ‘già’ e il ‘non ancora’. La piena comunione può essere compiuta solo se ci sforziamo, se siamo mossi da speranza, e se siamo consapevoli che essa non sarà pienamente realizzata, se non nel Regno di Dio. Qui sulla terra la Chiesa sarà sempre una Chiesa pellegrina, alle prese con tensioni e scismi”. La lezione, nella terza parte, si conclude con un appello: “in questo nuovo millennio – dice il cardinale -, abbiamo bisogno di un nuovo slancio ecumenico. Questo non significa ideare per il futuro utopie irrealistiche, quanto piuttosto vivere nella comunione reale che già esiste tra tutti noi e fare tutto ciò che è possibile oggi. La pazienza è la sorella minore della speranza cristiana e con l’aiuto dello Spirito di Dio, è già pronta con sorprese. Dobbiamo fare quello che il Papa Giovanni Paolo ha detto tante volte, Duc in altum, prendete il largo”.