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Crocifisso nelle scuole

Dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo

Pubblichiamo i commenti giunti a SIR Europa da alcune Conferenze episcopali del continente in merito alla sentenza con la quale, il 3 novembre, a seguito del ricorso presentato da una cittadina italiana di origine finlandese, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha stabilito che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche costituisce una violazione “al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione”. Italia: “visione parziale e ideologica””La decisione della Corte di Strasburgo suscita amarezza e non poche perplessità. Fatto salvo il necessario approfondimento delle motivazioni, in base a una prima lettura, sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica”. Questa la posizione della Conferenza episcopale italiana (Cei). “Risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, che non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale” precisa la nota della Cei. Secondo i vescovi “non si tiene conto del fatto che, in realtà, nell’esperienza italiana l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici è in linea con il riconoscimento dei principi del cattolicesimo” come “parte del patrimonio storico del popolo italiano”, ribadito dal Concordato del 1984. “In tal modo, si rischia di separare artificiosamente l’identità nazionale dalle sue matrici spirituali e culturali”, mentre, conclude la nota, “non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l’ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche”. A sua volta il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha parlato di “sentenza orientata ideologicamente che finisce con impoverire un mondo già così disorientato”.Germania: “sentenza unilaterale”La Conferenza episcopale tedesca (Dbk) ha preso posizione tramite il proprio segretario, p. Hans Langendörfer, bocciando senza appello la sentenza di Strasburgo. “La sentenza – ha spiegato il segretario – è una grande delusione. È unilaterale: la croce non è solo un simbolo religioso, ma anche un segno culturale. La sentenza vorrebbe servire alla libertà religiosa. Ma non considera la situazione italiana e ignora il significato reale della croce nella società. Certo, la libertà negativa di religione sancisce che non si debba essere condizionati da simboli di fede di altri. Ma la croce e il Crocifisso sono simboli culturali e segni di fede, appartenenti alla fede vissuta e quindi alla libertà positiva di religione. Pertanto le Conferenze episcopali europee sottolineano costantemente che la libertà di religione non significa «libertà dalla religione» e che la libertà negativa di religione non può trasformarsi in un diritto generale a proibire la religione. Il livello di libertà di una comunità si dimostra infatti anche nella sua apertura e nella cura delle tradizioni culturali”. Austria: “semplicemente inaccettabile””Inaccettabile”: così il card. Christoph Schönborn, presidente della Conferenza episcopale austriaca, boccia la sentenza. “La sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo è semplicemente inaccettabile. In Austria la situazione giuridica è chiara: in tutte le scuole in cui la maggioranza degli scolari appartiene alla religione cristiana, deve essere presente una croce in tutte le aule. Ciò è sancito dalla Costituzione. La croce nelle aule non viola la libertà di religione e neanche la libera professione di convinzioni religiose differenti”, spiega il cardinale. “Piuttosto, questo simbolo è un segno del fatto che l’amore è più forte della morte. Su questo simbolo si fonda l’identità europea ed austriaca. Con questa sentenza la Corte non ha reso alcun servizio all’Europa. Questo continente avrà un futuro se non rinnegherà le sue radici. La croce è il simbolo di queste radici”.Turchia: “si vuole creare un vuoto””Perplessità ed irritazione”: così mons. Luigi Padovese, presidente dei vescovi turchi (Cet) accoglie la sentenza di Strasburgo. “Togliere i crocifissi – dice il presule – va contro la cultura. Mi chiedo come mai si vuol mettere in atto una legge che discrimina la maggioranza tenendo presente che il Crocifisso non è solo un simbolo religioso, ma segno di una cultura. È anche dal sacrificio di chi offre la vita per gli altri che si è costruita questa civiltà europea. Il crocifisso è simbolo della condivisione, della compartecipazione e attenzione alle sofferenze degli altri. Mi pare chiaro che si voglia creare un vuoto”. Ma per mons. Padovese c’è un ulteriore disappunto, la presenza nella Corte di un giudice turco, Isil Karakas. Spiega il vescovo: “Sappiamo bene che in Turchia l’insegnamento della religione è obbligatorio. Noi come cristiani cattolici, in quanto minoranza non riconosciuta, abbiamo l’obbligo che i nostri ragazzi frequentino l’ora di religione islamica. Mi chiedo di che tipo di libertà religiosa e di rispetto dell’identità si possa parlare quando all’interno della Corte c’è un membro nel cui Paese la libertà religiosa non è pienamente rispettata”. “A chi ha stilato questa sentenza – prosegue il presidente della Cet – dico di rendersi conto che la realtà europea è molto più complessa e che esistono problemi più gravi di quello di lasciare o rimuovere un crocifisso. Ci sono realtà di minoranze religiose che vengono discriminate. Ragioniamo ancora in modo troppo eurocentrico, dando a chi vanta diritto di essere una minoranza quello che minoranze, come noi, in altri Paesi non possono vantare assolutamente come un diritto”.Polonia: “secolarismo aggressivo”La sentenza della Corte di Strasburgo è “incomprensibile” e solleva seri dubbi “sul futuro della libertà religiosa in Europa”, ha dichiarato il card. Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, rammentando che “calpestare la libertà religiosa apre la strada alla dittatura del relativismo”. Stupore è stato espresso dal presidente della Conferenza episcopale polacca, mons. Józef Michalik, che parla di “un secolarismo aggressivo”, sempre più diffuso in Europa, che “tende a privare l’essere umano della sua dimensione spirituale e trascendente, e a rinchiudere la religione nella sfera privata”. Ancora una volta, osserva mons. Michalik, “vediamo che la democrazia senza fedeltà alla legge divina” rischia di “degenerare in totalitarismo”. Secondo il presidente dei vescovi polacchi i cristiani devono risvegliarsi e parlare apertamente dei valori del patrimonio europeo. “Dobbiamo seguire l’esempio di ebrei e musulmani nella difesa delle loro religioni”, esorta mons. Michalik, secondo il quale il verdetto della Corte dimostra che in Europa il cristianesimo non è minacciato dai musulmani, ma dai “secolaristi aggressivi”.