CROCIFISSO NELLE SCUOLE
La Corte di Strasburgo non è un’Istituzione Ue
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo riguardante la presenza dei crocifissi nelle aule delle scuole italiane ha innescato un ampio dibattito sia nel Paese direttamente chiamato in causa da Strasburgo, sia in altri Stati. La vicenda ha peraltro sollevato un aspetto non secondario: infatti l’informazione giunta ai cittadini non è sempre apparsa chiara né corretta. In molti casi si è assistito a una confusione sugli organismi chiamati in causa, le loro competenze, il loro raggio d’azione. Su questo argomento SIR Europa ha interpellato Lucia Serena Rossi, ordinario di Diritto internazionale all’Università di Bologna, dove insegna Law of the European Union (corso in inglese) e Diritto dell’Ue; ha inoltre svolto attività di docenza alla Sorbona di Parigi, a Strasburgo, Bruxelles, Londra, Pechino, Tokyo e Denver (Usa).Professoressa Rossi, è anzitutto possibile delineare il profilo della Corte di Strasburgo, anche in relazione all’altra Corte che opera a livello europeo, quella del Lussemburgo?“Iniziamo ricordando che la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo non ha nulla a che vedere con l’Ue. Essa è sorta nel 1954 e, applicando la Convenzione europea per i diritti dell’uomo del 1950, ha la missione di tutelare i diritti fondamentali dei singoli individui che vivono nei Paesi membri del Consiglio d’Europa, di cui è espressione. Tali Stati sono 47, ossia quasi il doppio di quelli dell’Ue e vi afferiscono nazioni ben differenti, anche non integrate tra loro, fra cui, ad esempio, Russia e Turchia, con sistemi giuridici, con identità storiche e culturali assai diverse. Ebbene, la Corte difende i cittadini rispetto alle violazioni dei diritti umani commesse dagli Stati: per questo è un organismo fortemente indipendente. La Corte di giustizia di Lussemburgo, invece, garantisce l’applicazione effettiva e omogenea della normativa comunitaria fra i 27 paesi dell’Unione europea; opera accanto alle altre istituzioni Ue (Parlamento, Consiglio, Commissione) e si inserisce dunque in una sorta di bilanciamento dei poteri”.Abbiamo parlato della Convenzione europea per i diritti dell’uomo: cos’è?“La Convenzione, nota come Cedu, è un trattato di diritto internazionale, con il quale gli Stati contraenti si impegnano a garantire i diritti e le libertà essenziali in essa codificati. Si tratta di un testo abbastanza breve e piuttosto datato benché modificato da vari protocolli aggiuntivi. La stessa Convenzione istituisce la Corte che vigila sulla sua applicazione, assieme al Comitato dei ministri, che è l’organismo politico più alto del Consiglio d’Europa. Nell’applicare la Convenzione, la Corte cerca sempre di promuovere una visione che definirei ‘di punta’ dei diritti fondamentali e opera con una enorme discrezionalità interpretativa”.Potremmo parlare di una sorta di “Greenpeace dei diritti”?“Direi che l’azione della Corte non è semplice. Anzitutto perché deve cercare di rappresentare una sensibilità giuridica molto ampia, che sia un condensato dei sistemi dei vari Stati: del Consiglio d’Europa fanno parte, per intenderci, paesi dove esistono vari livelli di democrazia, diverse concezioni dei diritti personali e sociali, paesi del nord e paesi del sud del continente, con storie, culture e lingue differenti… In secondo luogo, la Corte cerca di individuare un ventaglio sempre più ampio di diritti, rispondente alla vita di oggi; si pensi alla tutela della riservatezza nell’era di internet, un diritto che nel 1950 non era nemmeno immaginabile. Aggiungerei, poi, una sottolineatura: il Trattato di Lisbona, che dovrebbe entrare in vigore tra poche settimane, prevede che l’Unione europea aderisca alla Convenzione dei diritti dell’uomo. Il che comporterà dei problemi specifici sui quali è tempo di aprire un dibattito”.Subito dopo la pubblicazione della sentenza della Corte sui crocifissi, è parso di rilevare una certa confusione nelle informazioni che giungevano ai cittadini mediante giornali e tv. Anche lei ha avuto questa sensazione? Cosa si può fare per porvi rimedio?“Effettivamente mi pare che sia i media che i politici tendano ad alimentare una certa confusione su queste materie. Alcuni governanti colgono spesso l’occasione, come in questo caso, di scaricare sulle istituzioni dell’Ue più colpe di quelle che non abbiano davvero. Insomma, l’Europa, nelle sue articolazioni, diventa un capro espiatorio magari per carenze politiche nazionali. Comunque, resta il problema di conoscere di più l’Europa per avere, come cittadini, l’opportunità di esprimere proprie, motivate posizioni. In questo senso, metterei la scuola al primo posto, facendo studiare ai ragazzi almeno qualche aspetto del processo di integrazione europea. Vi è poi il ruolo dei media, che devono informare meglio e di più sull’Unione europea e sugli altri organismi internazionali come la Corte di Strasburgo e il Consiglio d’Europa”.