MURO DI BERLINO
La Chiesa cattolica negli anni del regime comunista
Come un’oasi nel deserto. Così la Chiesa cattolica romana ha vissuto il periodo della Ddr nella Germania divisa dal Muro. Quarant’anni di convivenza, di riconoscimento silenzioso del lavoro svolto da parte dei cattolici nelle strutture sociali come gli ospedali, le case di riposo e le scuole. I numeri di allora sono sorprendenti: il mondo cattolico gestiva 32 ospedali con 5.000 posti letto, 102 case di riposo con 3.500 ospiti, 97 servizi di assistenza domiciliare, 5 ambulatori di ostetricia, 17 istituti per disabili con 900 posti. “Strutture finanziate non solo dalla Chiesa cattolica, ma anche dalla Repubblica democratica tedesca”. A ricordarlo oggi, nella Berlino del 2009, a 20 anni dalla caduta del Muro, è padre Gerhard Lange, storico, a lungo incaricato diocesano per i rapporti con il regime comunista. Lo incontriamo nella sede della diocesi di Berlino “riunificata” ed è di certo un’occasione particolare per aprire uno spaccato sulla vita della Chiesa di allora. Questa presenza ha dei tratti a volte paradossali: come ha potuto il regime della Ddr tollerare che la vita delle parrocchie andasse avanti per ben 40 anni? Perché non ha fatto, come in altri Paesi, una lotta ideologica e repressiva contro le istituzioni religiose sia romane sia protestanti? Queste ultime saranno poi uno dei motori che trascineranno la protesta fino ad arrivare alla Wende, la svolta della riunificazione. E a partire dal 1989 non ci sarà solo ein Wolk, un popolo unico, ma anche, da parte cattolica, una Chiesa unica, da Ovest a Est.Padre Lange, quali erano allora, in Germania, le principali differenze tra la Chiesa dell’Est e quella dell’Ovest?“Si può dire in breve che mentre a Est vigeva un sistema più familiare, a Ovest l’organizzazione era più strutturata. Anche oggi queste diversità in parte permangono ancora, nonostante siano 20 anni che l’amministrazione è unica. Per spiegare le differenze di allora farò l’esempio dell’educazione religiosa. Ad Est veniva svolta da preti e laici in parrocchia, ad Ovest direttamente a scuola, con un programma più strutturato, che con la riunificazione è stato importato anche all’Est. Qui erano molte le attività ricreative e di preghiera, come la settimana ricreativa che si teneva ogni anno prima dell’inizio della scuola, molto simile ai campi scuola che si fanno in Italia”.Come conviveva la comunità cristiana con il regime? E qual era la posizione della Chiesa in merito?“È facile immaginare come ad Est l’autorità e il potere fossero molto forti. Per questo i vescovi avevano anche una funzione di garanzia della libertà per la popolazione all’interno della comunità. I vescovi erano dunque molto legati alla vita dei singoli fedeli. Mentre ad Ovest, anche per effetto delle contestazioni del 1968, avevano assunto più una funzione di governo delle diocesi”. Una volta riunificato il Paese come si sono conciliati questi due modelli molto diversi?“Per gli anziani, cresciuti in uno dei due sistemi, è stato molto difficile accettare il cambiamento. Mentre i giovani spingono di più verso il modello unico. Ma dobbiamo anche aggiungere che le vocazioni oggi vengono soprattutto dall’Est”.Nei giornali, anche italiani, subito dopo la riunificazione si è detto di possibili infiltrazioni della Stasi anche dentro la Chiesa cattolica: accuse vere o infondate?“Se la Chiesa cattolica voleva rimanere dentro il contesto del regime comunista doveva comunque essere consapevole di quello che accadeva e prepararsi a reagire. Per questo la Conferenza episcopale aveva nominato un sacerdote che avesse rapporti con la Stasi, perché, se un cattolico veniva arrestato, potesse essere in grado di aiutarlo. Insomma eravamo sotto una dittatura ed era in un certo senso normale che lo Stato esercitasse questo controllo. Se non lo avesse fatto in modo ufficiale avrebbe trovato dei metodi illegali per farlo”.Come vi potevate muovere, allora, all’interno di un contesto così controllato dallo Stato?“Non eravamo passivi: cercavamo di coinvolgere nelle nostre iniziative tante persone. Ci sforzavamo di rendere più umana la vita della gente in una situazione di regime, che è fatta di regole e strutture: se fosse stato pienamente attuato fino in fondo sarebbe stato qualcosa di profondamente disumano. Eppure i critici che venivano da Ovest dicevano che la Chiesa ad Est era come un forno che teneva caldo se stesso. Noi, invece, dicevamo che la Chiesa era come un’oasi nel deserto dell’ateismo, in cui i fedeli potevano ristorarsi un giorno a settimana per resistere poi negli altri sei. Nel 1987 poi, due anni prima della caduta del Muro, tenemmo un grosso congresso con tremila delegati provenienti dalle varie parrocchie: fu anche questo un segno importante su quello che da lì a poco sarebbe successo”.