DIO OGGI
Verso il convegno Cei (Roma, 10-12 dicembre)
Tra il 397 e il 398 della nostra era, Aurelio Agostino, da un anno vescovo di Ippona, mette mano alle "Confessioni", ponendo le basi della letteratura moderna: non, si guardi bene, della letteratura religiosa, bensì di "tutta" la letteratura, non più abbellimento e avventura, ma ricerca delle profondità dello spirito. Gli interrogativi che Agostino pone a se stesso sono ineludibili anche in un animo non votato alla ricerca spirituale, perché manifestano la lacerazione dell’uomo che cerca qualcosa in un mondo che sembra non solo nasconderla, ma non possederla affatto.
Anche se più tardi rispetto alla poesia (basti pensare a Petrarca), in narrativa si sarebbero fatti salati conti con quella profetica interrogazione sul proprio destino di uomini e sull’Altro. Si pensi alle dolenti figure dei romanzi di Fëdor Dostoevskij, soprattutto alle loro lacerazioni interiori e familiari, come nei "Fratelli Karamazov" (edito tra il 1878 e il 1880), o a quella che è probabilmente la più inquietante rivisitazione della umana figura di Cristo, "L’idiota", uscito tra il 1868 e il 1869. Se qualcuno dovesse chiedersi che ne sarebbe oggi se Gesù dovesse tornare a vivere tra gli uomini, avrebbe una delle possibili risposte in questo terribile e affascinante racconto nel quale la purezza e la docilità sono segnati dal destino della follia e dell’incomprensione. E si pensi a Lev Tolstoj, che ha avuto il coraggio (e questo è il crisma del genio) di lasciare ai personaggi minori il messaggio positivo i protagonisti si perdono nei loro sogni di felicità come nel caso di Levin in "Anna Karenina", (1877), il quale decide, come l’autore reale (e si guardi all’analogia dei nomi tra Lev e il suo personaggio), di lasciare la corrotta vita salottiera e di dedicarsi al duro lavoro della campagna. Come si vede nessun effetto scenografico, nessun santino barocco: in questi romanzi Dio non è quasi mai nominato, ma la sua presenza aleggia.
Se ci spostiamo in altre latitudini la musica non cambia. Si prenda Gilbert Keith Chesterton e si lasci da parte il ciclo di Padre Brown, in cui Dio è direttamente implicato già dalla figura del protagonista, che è un prete. Se andiamo a leggerci romanzi ignorati dai più, come "L’uomo che fu giovedì" (1908), vediamo che Dio appare solo alla fine, inseguito da una banda di anarchici che si rivelano poliziotti, perché Lui si è finto feroce capo di terroristi affinché ognuno di essi, che si credeva il vero e unico poliziotto, potesse conoscere la solitudine del Getsèmani. La battaglia di Chesterton non sarà solitaria: proprio in Inghilterra si sviluppò una sequela di scrittori come Tolkien o Lewis, che trasformano la grande ricerca in una favola allegorica dove Dio non è neanche nominato ma non per questo assente, o come Marshall, che immerge i suoi eroi, (nella "Sposa bella" un prete in crisi deve affrontare la persecuzione durante la guerra civile spagnola), nelle pieghe della storia.
In Francia l’esempio di Georges Bernanos, soprattutto del suo "Diario di un parroco di campagna", edito nel 1936, serve a capire come il rapporto con Dio non sia facile, ma diventi anzi segno di contraddizione e di oscillazione tra purezza e contaminazione. Paul Claudel, con il suo "Annuncio a Maria", 1912, ha celebrato drammaticamente lo scontro tra la miseria umana e la gratuità della promessa divina.
In Italia sarebbe troppo facile parlare di Manzoni, ma nel suo caso possono valere alcune delle considerazioni che abbiamo fatto per i russi: non sempre i protagonisti sono i migliori. Nei "Promessi sposi", usciti prima nel 1827 e poi nel 1840, Renzo è, diciamocelo pure, una figura un po’ debole, e padre Cristoforo non è propriamente il protagonista; Lucia è, come Levin, apparentemente fuori dalle azioni del racconto, ma, con il suo "sì" messo alla prova e mantenuto, ha fatto pensare alcuni studiosi ad un’allusione a Maria.
Il fatto è che il rapporto con Dio nel capolavoro manzoniano non è così scontato come sembrerebbe, anzi, è vissuto nelle contraddizioni più laceranti. Una ricerca difficile e niente affatto scontata, tanto che qualcuno, come Aldo Spranzi, in un recente studio, ha fatto del romanzo il messaggio criptato della perdita della fede di Manzoni. Il che mi sembra una forzatura.
La presenza di Dio nelle pagine degli scrittori non è mai a buon mercato: si veda l’esempio di Niccolò Tommaseo, che nel suo romanzo "Fede e bellezza" (1840) celebra la resa dell’uomo al mistero della volontà divina, attraverso il sacrificio e la rinuncia. La letteratura italiana è ricca di nomi, da ricordare non in quanto cristiani, ma perché autentici scrittori, come Federigo Tozzi, che sembra quasi nascondere Dio dietro l’apparente non senso della violenza cittadina e il Mario Pomilio della ricerca inesausta del vangelo originario ("Il Quinto evangelio", 1975) da trovare non nella filologia, ma nella fedeltà alla parola del Cristo.
Scrittori di razza perché hanno saputo scavare negli insondabili abissi dell’animo umano, trovandovi, alcuni solo in fine, l’immagine di Dio.
Marco Testi
critico letterario