KEK
Incontro dei portavoce delle Chiese cristiane a Bruxelles
Al dialogo delle Chiese e delle religioni con le istituzioni europee così come stabilito dall’articolo 17 del Trattato di Lisbona è dedicato l’incontro dei portavoce delle Chiese e delle comunità cristiane d’Europa che si è svolto a Bruxelles dal 12 al 15 novembre su iniziativa della Kek (Conferenza delle Chiese europee). All’incontro hanno partecipato una trentina di addetti alla comunicazione delle Chiese ortodosse, protestanti, anglicana del continente europeo, che aderiscono al “Ponec”, network dei “press officers” delle Chiese europee nato lo scorso anno a Ginevra sotto l’egida della Kek. L’incontro si è aperto con un confronto con due rappresentanti dell’Ue: Jorge César das Neves della Commissione europea per il dialogo con le religioni, le chiese e le comunità, e Fearghas O Béara del Parlamento Europeo. Ne abbiamo parlato con Luca Negro, che dopo 13 anni di lavoro a Ginevra come portavoce della Kek, lascia l’incarico.Perché avete scelto il tema del rapporto delle chiese con le istituzioni europee per l’incontro del Ponec? “Abbiamo scelto il tema dell’Europa perché l’Europa è una delle grandi sfide per le Chiese di questo continente. Il problema è capire come aiutare le Chiese ad essere più visibili non solo nei singoli paesi ma anche a livello europeo e nelle istituzioni europee. E questo sforzo lo si fa alla luce di quello che prevede il Trattato di Lisbona all’articolo 17 e cioè che tra Chiese e Istituzioni europee ci sia una dialogo aperto, regolare e trasparente. Questo rapporto è ancora tutto da inventare sebbene può oggi contare di una storia fatta soprattutto di contatti che nel tempo sono stati curati da una serie di organizzazioni promosse dalle Chiese e presenti a Bruxelles. Faccio riferimento in particolare al lavoro svolto dalla Commissione “Chiesa e Società” della Kek insieme alla Comece, all’impegno di organismi europei come la Caritas Europea e la Ccme, la Commissione per i migranti in Europa, e infine Eurodiaconia, organizzazione che si occupa delle istituzioni sociali delle Chiese, ecc”. Perché le Chiese tengono così tanto all’Europa? “Le Chiese tengono all’Europa innanzitutto perché la storia stessa del movimento ecumenico è legato al superamento delle barriere che hanno diviso questo nostro continente. Non dimentichiamo poi che proprio in Europa il cristianesimo si è diviso e che a partire dall’Europa sono nati i conflitti che nel secolo scorso hanno poi insanguinato tutto il mondo. In questo contesto, il movimento ecumenico – con l’istituzione prima del Consiglio mondiale delle chiese e poi della Conferenza delle Chiese europee – nasce come tentativo di riconciliare i popoli e le Chiese di questo continente. Il Consiglio ecumenico della Chiese nasce in un periodo in cui si vedeva avvicinare lo spettro della seconda guerra mondiale e comincia a lavorare a Ginevra come tentativo di dimostrare all’Europa che la riconciliazione era possibile e che le chiese volevano operare in questa direzione in un continente ferito dalla guerra e dai suoi tragici eventi. La Kek invece nasce 50 anni fa in un contesto di guerra fredda e si sviluppa come tentativo di creare ponti di riconciliazione e di pace tra le Chiese e i loro popoli. È quindi assolutamente naturale che le Chiese e le organizzazione ecumeniche si interessino all’Europa”. Questo interesse si confronta con un momento in cui l’Europa fa fatica ad entrare nel vissuto della gente?“Forse si fa fatica semplicemente a capire che oggi non ha senso discutere e parlare di religione, di Chiese e di incidenza della religione e delle Chiese nella società chiudendosi al solo punto di vista nazionale. Da questo punto di vista è significativa la vicenda del crocifisso nelle scuole perché evidenzia che l’Europa ha un’incidenza nella vita dei singoli Paesi e che quindi bisogna aumentare assolutamente il dialogo e quindi la visibilità e la comunicazione sul ruolo che le Chiese hanno in Europa”. Oltre alla vicenda del crocifisso l’Europa prende poi decisioni importanti per la vita dei cittadini. Quali sono le questioni che stanno più a cuore alle Chiese?“Farei riferimento alla recente presa di posizione che Kek e Ccee hanno assunto inviando una lettera a tutte le Chiese europee sulla questione drammatica dei cambiamenti climatici chiedendo loro in vista del summit di Copenaghen di attivarsi perché la questione sia veramente presa sul serio dai governi. Questo, per esempio, è uno dei grandi temi su cui a livello ecumenico si sta lavorando”. Quale ruolo svolgono in questo contesto i portavoce delle Chiese?“È un po’ difficile rispondere a questa domanda perché nelle varie chiese i press officer svolgono ruoli molto diversi a seconda del contesto in cui si trovano. Vi è dunque una profonda diversità all’interno della nostra rete: ci sono addetti stampa di realtà molto complesse come quella della Chiesa evangelica tedesca che rappresenta milioni di fedeli, e realtà più piccole. Esiste però da un anno una rete, il Ponec, nato per aiutare i portavoce ad uscire dai contesti strettamente nazionali per cercare insieme di rispondere alle grandi sfide che l’Europa ci pone e soprattutto di capire insieme come portare il contributo delle chiese alla costruzione dell’Unione europea”.