ANGLICANI-CATTOLICI
Confronto tra il card. Kasper e l’arcivescovo Williams
Con una ventata di ottimismo realistico si è aperta, il 19 novembre, la visita a Roma di Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana. Nella capitale italiana l’arcivescovo rimarrà fino al 21 novembre per una serie di colloqui in Vaticano, a pochi giorni dalla pubblicazione della Costituzione apostolica “Anglicanorum Coetibus”, il provvedimento presentato dalla Congregazione per la dottrina della fede, con il quale la Santa Sede ha predisposto una via per accogliere quanti, dalla Comunione anglicana, richiedono di entrare nella Chiesa cattolica preservando elementi della loro tradizione liturgica e spirituale. Atteso dunque a Roma, l’arcivescovo – ospite del card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani – ha partecipato ad un “colloqium” promosso all’Università Gregoriana sul card. Johannes Willebrands, uno dei massimi promotori cattolici dell’ecumenismo nel XX secolo. Apparsi entrambi sulla scena “romana”, sia il card. Kasper sia l’arcivescovo Williams hanno presentato il loro punto di vista sullo stato dei rapporti tra le due Chiese, alla luce soprattutto della nuova Costituzione apostolica. Nessuna “nuova via”. La Costituzione apostolica non può essere considerata una via per “un nuovo ecumenismo”. Nel prendere la parola – con a fianco l’arcivescovo Williams – il card. Walter Kasper ha voluto sgombrare il campo della discussione da ogni equivoco possibile. Il cardinale ha fatto subito riferimento al Decreto conciliare sull’Ecumenismo (Unitatis Redintegratio) che al numero 4 “chiaramente distingue tra la conversione di individui o gruppi di persone da un lato e, dall’altro, l’ecumenismo come dialogo con le altre Chiese con l’obiettivo della piena comunione”. La Costituzione – ha detto il cardinale – è stata presentata da molti mass media come una nuova strada per la promozione dell’unità dei cristiani. “Ripeto – ha aggiunto – non c’è nessun ecumenismo nuovo e neanche la fine del vecchio”. “Quindi – ha proseguito il card. Kasper – nulla di fondamentale è cambiato per quanto riguarda l’orientamento fondamentale della Unitatis Redintegratio”. “A differenza del proselitismo – ha sottolineato il porporato – l’ecumenismo non vuole costringere qualcuno in qualcosa. L’amore rispetta la libertà degli altri e li rispetta anche nella loro alterità”. In questo senso, il cardinale ha parlato di “ecumenismo di consenso” valido “anche in futuro” in cui l’amore per l’altro “fa spazio alle differenze legittime e al carisma delle altre Chiese”. Proprio per la complessità del cammino ecumenico, è chiaro che “l’ecumenismo – ha osservato il cardinale – non è un programma politico che tende ad un ampliamento dell’impero della Chiesa, come qualcuno pensa in maniera ridicola, e non è neanche un compromesso diplomatico fondato sul minimo comun denominatore”. Come diceva papa Giovanni Paolo II “il dialogo ecumenico nella verità” è “uno scambio non solo di idee ma di doni. Il dialogo ecumenico non ci può privare delle nostre rispettive ricchezze, ma ci vuole arricchire a vicenda. Attraverso il dialogo ecumenico possiamo imparare dagli altri ed essere guidati dallo Spirito in tutta la verità (Gv 16,13), in modo che possiamo condividere sempre di più nella pienezza di Cristo”.Il bicchiere mezzo pieno. La risposta dell’arcivescovo Rowan Williams è stata all’insegna del positivo. “Il bicchiere ecumenico – ha detto – è mezzo pieno”. Ed ha aggiunto: “Dal Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica si è impegnata in una serie di dialoghi con le altre Chiese, inclusa la Comunione anglicana. Dialoghi che hanno prodotto un numero considerevole di accordi”. L’arcivescovo ha detto di aver letto con molto interesse l’ultimo libro dell'”amato e rispettato amico” card. Kasper “Harvesting the fruits” in cui il dicastero vaticano per l’unità dei cristiani raccoglie i frutti dei dialoghi teologici con le Chiese della Riforma. Dal libro emerge pertanto una “forte convergenza” e, come tale, il testo – ha detto Williams – deve “essere preso in seria considerazione”. L’arcivescovo ha ovviamente affrontato anche i “punti” che dividono le due Chiese, citando in particolare tre questioni: l’autorità, la natura del primato e il modo in cui viene concepita la Chiesa universale. Ha parlato anche dell’ordinazione delle donne nella Comunione anglicana. Poi ha affrontato – per la prima volta in pubblico – la delicata questione della nuova Costituzione apostolica con la quale la Santa Sede ha provveduto a trovare una via per accogliere coloro che da parte anglicana ne faranno richiesta. Secondo l’arcivescovo, la decisione vaticana mostra che esistono “segnali di riconoscimento” di diversità che di fatto “non compromettono l’unità della Chiesa cattolica”. “Ovvio” – ha aggiunto subito dopo Williams – che il provvedimento “non cerca di fare quello che noi abbiamo detto: non contribuisce ad alcun riconoscimento formale dei ministeri esistenti e capacità decisionali indipendenti, ma resta a livello di riconoscimento di una cultura spirituale e liturgica. In quanto tale, si tratta di una risposta pastorale alle esigenze di alcuni, ma non propone nulla di nuovo dal punto di vista ecclesiologico”.