BENEDETTO XVI
Il re e il regno nelle fede cristiana
È la domenica che conclude l’anno liturgico e che pone in primo piano la figura di Cristo visto come re. Ma un re diverso da come il mondo immagina un sovrano. Possiede sì un regno ma non è di questo mondo; esercita la sua regalità su tutti i popoli ma sceglie di soffrire e morire sulla croce. E da lì, come leggiamo nell’Apocalisse, tutti lo vedranno "anche quelli che lo trafissero". Festa di istituzione relativamente recente, dice papa Benedetto all’Angelus, "che però ha profonde radici bibliche e teologiche". Riferito a Gesù, il titolo di re "permette di dare una lettura completa della sua figura e della sua missione di salvezza. Si può notare a questo proposito afferma ancora il Papa una progressione: si parte dall’espressione re dei Giudei e si giunge a quella di re universale, Signore del cosmo e della storia, dunque molto al di là delle attese dello stesso popolo ebraico. Al centro di questo percorso di rivelazione della regalità di Gesù Cristo sta ancora una volta il mistero della sua morte e risurrezione".
Ma in che cosa consiste il potere regale di Gesù, si domanda all’Angelus papa Benedetto. Anche qui è interessante vedere quanto è distante la logica del mondo da quella di Cristo, non è venuto per difendere interessi personali, per conquistare altro potere: è venuto, come ha detto di fronte a Pilato, a "rendere testimonianza alla verità", per questo è nato e per questo è venuto nel mondo, leggiamo in Giovanni. Tutta la sua missione è racchiusa in queste poche parole: è re in quanto testimone e servitore della verità. Il suo potere regale, afferma il Papa all’Angelus, "non è quello dei re e dei grandi di questo mondo; è il potere divino di dare la vita eterna, di liberare dal male, di sconfiggere il dominio della morte. È il potere dell’amore, che sa ricavare il bene dal male, intenerire un cuore indurito, portare pace nel conflitto più aspro, accendere la speranza nel buio più fitto. Questo regno della grazia non si impone mai, e rispetta sempre la nostra libertà".
È un regno d’amore, ricorda il Papa; un potere, dunque, che non usa la violenza, che non ha eserciti a difendere il proprio status. Anche qui la logica del mondo è un’altra e le armi di "difesa" sono solo due braccia distese sulla croce, un corpo che sembra esaurirsi per poi tornare il terzo giorno. Ed è qui che si pone il grande bivio per il credente: ad ogni coscienza, ricorda ancora il Papa, è chiesta una scelta, necessaria: "Chi voglio seguire? Dio o il maligno? La verità o la menzogna? Scegliere per Cristo non garantisce il successo secondo i criteri del mondo, ma assicura quella pace e quella gioia che solo lui può dare". È una strada seguita da molti uomini e donne di ogni epoca; è l’esperienza di chi ha saputo opporsi in nome di Cristo, in nome della verità e della giustizia, "alle lusinghe dei poteri terreni con le loro diverse maschere, sino a sigillare con il martirio questa loro fedeltà".
Un potere che giunge all’uomo non attraverso strumenti coercitivi, ma solo con una voce. Lo si capisce bene nel dialogo che s’instaura con Pilato che alla domanda "che cosa hai fatto?", si sente rispondere: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù". E poi aggiunge: "Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce". Ecco, dunque, lo "strumento" con il quale Cristo ci chiama: la voce. Lo capiremo sempre meglio, già dalla prossima domenica, quando nel tempo di Avvento ci avviciniamo a quella mangiatoia dove troviamo un bambino in fasce. E quel bambino è il re che, domenica 22 novembre, abbiamo ricordato con papa Benedetto. Che ci chiama con la sua voce, come ricorda anche il messaggio conclusivo del Sinodo dei vescovi sulla Parola: ci chiama con la sua voce, ci fa scoprire il suo volto, ci chiede di costruire la sua casa e di andare per le strade del mondo a portare la verità.
E non è un caso che proprio parlando agli artisti, sabato 21 novembre, nella Cappella Sistina, papa Benedetto abbia voluto soffermarsi a riflettere sulla tensione verso l’alto che è propria del credente. Lo ha fatto prendendo spunto dal Giudizio universale di Michelangelo per dire che tutta l’esistenza dell’uomo "è movimento e ascensione, è inesausta tensione verso la pienezza, verso la felicità ultima, verso un orizzonte che sempre eccede il presente mentre lo attraversa. Nella sua drammaticità, però, questo affresco pone davanti ai nostri occhi anche il pericolo della caduta definitiva dell’uomo, minaccia che incombe sull’umanità quando si lascia sedurre dalle forze del male. L’affresco lancia perciò un forte grido profetico contro il male; contro ogni forma d’ingiustizia. Ma per i credenti il Cristo risorto è la via, la verità e la vita. Per chi fedelmente lo segue è la porta che introduce in quel «faccia a faccia», in quella visione di Dio da cui scaturisce senza più limitazioni la felicità piena e definitiva".
Fabio Zavattaro