TRENTINO ALTO ADIGE

Coltivare le relazioni

La Provincia autonoma per l’integrazione dei gruppi sinti

Una legge per favorire l’integrazione dei gruppi sinti presenti a Trento. È stata approvata nei giorni scorsi in Consiglio provinciale. Proposta da Mattia Civico, è il frutto di un lungo confronto sia con le associazioni impegnate in prima persona con le comunità nomadi, sia con le altre realtà vicine dell’Alto Adige che hanno già provveduto a trovare delle soluzioni alternative agli insediamenti dei nomadi. I sinti in Trentino sono stanziali da molti anni. Sono nati e cresciuti in Trentino con origini trentine che risalgono a più generazioni. Non si tratta dunque di nomadi o di stranieri: 450 persone, presenti sia a Rovereto che a Trento. Alcuni vivono in appartamenti di edilizia pubblica, altri nei campi sosta, altri ancora sono senza fissa dimora. La legge vuole riaffermare i principi di responsabilità e integrazione, capisaldi di una maggiore sicurezza sociale per tutti. È previsto anche un riordino delle spese che con i due campi nomadi aperti ammonta a 250 mila euro l’anno. La legge prevede di spendere complessivi 65 mila euro per la formazione professionale e il lavoro. Per i costi molto viene riorganizzato attraverso il pagamento per la permanenza nelle aree residenziali.Favorevoli all’inserimento. Sostanziale giudizio positivo viene dalla Chiesa locale: don Beppino Caldera, responsabile della pastorale migranti per l’arcidiocesi di Trento, dichiara di essere “favorevole all’inserimento. Da anni abbiamo buoni rapporti di relazione pastorale e di amicizia con questa comunità”. Secondo don Caldera, “questa legge ha come elemento positivo l’essere stata fatta a più mani, dopo numerosi dibattiti con la comunità sinti e con le associazioni che lavorano con loro. Vedo dunque una sintonia di esigenze, intenti e prospettive”. Ci sono però alcuni punti da migliorare: “L’area prevista – prosegue il sacerdote – non inferiore a 500 metri quadri e non superiore a 2.000 metri quadri può essere un po’ piccola, dato che queste famiglie hanno la tendenza a crescere”. E qualche dubbio c’è anche in merito ai requisiti di accesso: “Possono risultare un po’ stretti rispetto alla tipologia di lavoro di queste persone: come vengono considerati i lavoratori autonomi, quelli – e sono tanti in questo tipo di comunità – che svolgono lavori artigianali?”. Un altro punto su cui la legge può essere perfezionata è, secondo don Caldera, “la responsabilità del capo clan: “Meglio puntare su una maggiore collegialità”.Un ottimo risultato. A nome della cooperativa Caleidoscopio, che lavora, tra l’altro, a stretto contatto con sinti, Stefano Petrolini afferma che la nuova legge è un ottimo risultato: “Era auspicata da tempo, per quanto sia stata pesantemente emendata in aula, con modifiche fatte anche dall’opposizione”. Per Petrolini, le microaree “non saranno un’occasione per creare dei ghetti nella misura in cui sapranno guardare a modelli che funzionano rispetto al territorio montano, come già accade a Lana piuttosto che a Bressanone e le valli non sono qui un elemento ostativo”. Per quanto riguarda poi il vincolo lavorativo, “è stato chiesto dalla maggioranza – chiosa Petrolini – e coinvolge la Provincia in un progetto complessivo di formazione che contiene in sé due aspetti: da una parte, la concessione delle aree fatta alla popolazione sinti, dall’altra, il pagamento di un prezzo per questi servizi, che comprende però anche un discorso d’inserimento sociale”. Ma la vera e importante sfida secondo l’operatore sociale sta nel creare delle vere e proprie relazioni. “Più integrazione – conclude – significa maggiore relazione con il resto della comunità. Le premesse ci sono tutte e qui in Trentino non siamo certo all’anno 0”.a cura di Francesca LozitoSchedaUna legge che ha come obiettivo quello di legare il bisogno di un abitare dignitoso con la necessità di accedere alla formazione lavoro. Il relatore parte dalla constatazione che il campo nomadi è “la negazione della possibilità di attivare un cambiamento, in quanto luogo della deresponsabilizzazione, dove è difficile progettare il futuro”. Per uscire dal campo, allora, occorre partire dalla constatazione che non tutti i nuclei familiari sono disposti ad andare ad abitare in un appartamento, anche perché le dimensioni delle famiglie sinti sono generalmente molto ampie, possono arrivare fino a 30/40 persone. Come uscire dalla precarietà della strada? La legge provinciale propone delle “aree residenziali di comunità” con una dimensione “coerente con quella di una famiglia allargata: delle aree più piccole rispetto ai campi sosta, ma che individuano nella famiglia allargata e nel capofamiglia i responsabili della loro gestione”. Nello stesso tempo, però, proprio con l’intento di superare la logica dei campi nomadi, questa legge prevede che, da una parte, ci sia un referente, una sorta di capofamiglia e che, dall’altra, venga pagato dai sinti il pagamento dell’affitto e delle utenze. Inoltre, viene fissato il requisito di dieci anni di residenza dei nuclei familiari che accedono all’area residenziale di comunità, per stabilire il principio che ogni territorio debba farsi carico dei gruppi presenti e appartenenti a quella comunità.(02 dicembre 2009)