ADOZIONE

Il diritto è dei bambini

Convenzione CdE firmata da 13 Stati: la drammatica situazione in Romania

Nonostante la drammatica condizione degli oltre 80 mila minori fuori famiglia, in Romania permane il blocco delle adozioni internazionali: è quanto emerso dalla Conferenza “Sfide nelle procedure di adozione in Europa: garantire il rispetto dell’interesse superiore del minore” che si è chiusa il 1° dicembre a Strasburgo per iniziativa congiunta del Consiglio d’Europa e della Commissione europea. Aprendo i lavori al Palais de l’Europe Maud de Boer-Buquicchio, segretario generale aggiunto del CdE, aveva affermato: “Non esiste un diritto all’adozione da parte dei genitori; esiste invece il diritto del bambino a una famiglia. Per questo il principale obiettivo dell’adozione dovrebbe essere quello di dare una famiglia al bambino, facendo prevalere su ogni altro aspetto il superiore interesse di quest’ultimo”.Il “caso” Romania. Alla conferenza è invece arrivata la conferma della chiusura delle adozioni internazionali da parte del governo di Bucarest, nonostante la richiesta del responsabile dell’Ufficio rumeno per le adozioni (Ora), Bogdan Panait, di riaprirle per “favorire l’accoglienza di bambini con ‘bisogni speciali’: minori con più di sette anni, etnia rom, con più fratelli o con problemi di salute”. In tutto il mondo, è stato osservato, solo due Stati hanno di fatto vietato l’adozione internazionale: Birmania e Romania, eppure si tratta di Paesi con alti tassi di abbandono e con un sistema di adozione nazionale poco sviluppato e debolmente sostenuto dalle istituzioni locali. Melita Cavallo, presidente del Tribunale per i minorenni di Roma e già presidente della Commissione per le adozioni internazionali (Cai), ha lanciato l’allarme per la condizione dei minori romeni fuori famiglia presenti sul territorio italiano: “4300, anche piccoli, costretti a vivere in mezzo a una strada”. “Romania apri gli occhi, ora sei in Europa!”. Questo l’appello di Claire Gibault, membro del Parlamento europeo nella passata legislatura, che aveva condotto una vera e propria battaglia culturale contro la chiusura delle adozioni internazionali in Romania con attività di lobby coordinate a livello europeo. “La Romania – ha sottolineato Gibault – è oggi in Europa; pertanto deve integrare le proprie politiche in tema di diritti dei minori a quelle dell’Unione”. Di qui l’invito “a guardare avanti per garantire un futuro anche ai piccoli rumeni, nuovi cittadini europei”.La Convenzione. Intanto il 1° dicembre anche Spagna e Paesi Bassi hanno sottoscritto la Convenzione del Consiglio d’Europa sull’adozione dei minori, portando così a 13 il numero degli Stati firmatari. Gli altri 11 sono: Armenia, Belgio, Danimarca, Finlandia, Islanda, Montenegro, Norvegia, Regno Unito, Romania, Serbia e Ucraina. La Convenzione è stata riveduta nel 2008, prendendo atto dei cambiamenti intervenuti nella società. Tra le novità, l’obbligatorietà del consenso del padre, anche in caso di minore nato al di fuori del matrimonio; la necessità del consenso del minore, se dotato di sufficiente discernimento; la garanzia di un migliore equilibrio tra il diritto del minore adottato di conoscere la propria identità e il diritto all’anonimato dei genitori biologici. La Convenzione, inoltre, estende la possibilità di adottare a coppie eterosessuali non sposate (coppie di fatto) e lascia agli Stati la libertà di consentire l’adozione a coppie omosessuali che “vivono nel quadro di una convivenza stabile”. Proprio su quest’ultimo punto si è acceso il dibattito. “No” alle adozioni da parte di coppie gay. Per Marco Griffini, presidente dell’associazione italiana “Aibi – Amici dei bambini”, “il minore fuori dalla famiglia non ha capacità di scelta – non ha scelto di nascere, né di essere abbandonato – tuttavia ha il diritto di essere accolto e educato da genitori che siano modello di vita e punto di riferimento. Se quindi è vero che ogni persona può decidere liberamente il compagno con cui vivere”, è “altrettanto vero che questa scelta non può ricadere su un minore abbandonato che ha già vissuto sulla sua pelle il trauma dell’abbandono”. Il “dire no” all’adozione da parte di coppie omosessuali, ha precisato Griffini, “non intende escludere la capacità di cura e sensibilità ai bisogni del bambino da parte di un omosessuale; si fonda piuttosto su considerazioni legate al corretto sviluppo della personalità del minore e più precisamente al problema dell’identità. Di chi sono figlio? Questo il primo grande quesito del bambino cui bisogna tentare di rispondere. Per diventare un adulto sereno e responsabile il bambino dovrebbe avere modelli affettivi e sessuali che riflettano ruoli chiari e codificati, dovrebbe avere una mamma e un papà”. “Se davvero l’obiettivo della Convenzione è affermare che l’interesse superiore del bambino deve prevalere su qualsiasi altra considerazione – ha concluso l’olandese Joan Ahnsink, rappresentante di United Adoptes Internationals (associazione di figli adottivi) – mi chiedo come ciò sia possibile con una norma che permette l’adozione agli omosessuali”.