VERTICE DI COPENAGHEN
Segnali incoraggianti e rischio dell’ultimo giorno
Finalmente ci siamo. La grande riunione di Copenaghen si è avviata. Non è certo la prima Conferenza internazionale organizzata dalle Nazioni Unite, né sarà l’ultima, ma per varie ragioni ha ricevuto, e sta ricevendo, un’attenzione unica nella storia di questi appuntamenti. Le Nazioni Unite convocano le Conferenze internazionali su temi che richiedono un consenso generale, quando l’iniziativa dei singoli Paesi non basta. Proprio a Copenhagen si svolse la prima Conferenza sullo sviluppo sostenibile, che portò cinque anni dopo a lanciare gli Obiettivi di sviluppo del Millennio per dimezzare la povertà entro il 2015. Da Conferenze Onu nacque l’impegno sull’ambiente formalizzato nel protocollo di Kyoto e, ancora, è nelle Conferenze Onu che si è parlato di temi scomodi come quello del razzismo e della xenofobia, come è avvenuto recentemente a Ginevra.
Questa volta si parla di cambiamenti climatici e di impegni da mettere in atto per contenerli. L’attesa è molto superiore rispetto a quella riservata a qualunque altra precedente Conferenza internazionale. Lo si nota bene nella stampa dei Paesi industrializzati. Dal punto di vista occidentale, parlare di sviluppo e razzismo evoca qualcosa che riguarda Paesi del Sud del mondo o dominati da una dittatura: situazioni lontane. Ma ridurre le emissioni di CO2 per contenere l’impatto sul clima è cosa che riguarda il quotidiano di tutti. E per questo accende i riflettori.
Che cosa ci si può aspettare da Copenaghen? Due ordini di risultati. Il primo verrà senz’altro ottenuto, grazie ai riflettori, il secondo è tutt’altro che scontato. Il primo è il passo avanti nella consapevolezza di una responsabilità che abbiamo nei confronti di chi verrà dopo di noi. L’Onu ha avviato, dal punto di vista politico, la riflessione sullo sviluppo sostenibile col rapporto Brundtland, che lo definì come lo sviluppo che “soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Se all’inizio chi usava questo linguaggio veniva guardato come un sognatore, oggi gli intensi cambiamenti del clima preoccupano e alimentano l’attenzione intorno all’idea di sostenibilità e tutti riconoscono che occorre l’impegno di ogni nazione perché cittadini e imprese rendano sostenibile da un punto di vista ambientale i propri comportamenti. Si moltiplicano le azioni educative e tutte si concentrano sull’idea di responsabilità nei confronti del pianeta e delle generazioni future. La Conferenza dà sicuramente una spinta a questa sensibilizzazione. È un risultato forse non programmato, ma sicuramente positivo.
Molto più complesso è il secondo ordine di risultati della Conferenza, quello delle intese politiche. In questi mesi abbiamo assistito ad un balletto di annunci che rendono la situazione piuttosto confusa. In breve si può dire che il nodo reale è il criterio che si sceglierà per condividere un impegno. Ogni Paese dovrà ridurre le proprie emissioni inquinanti nella stessa misura o si prevedranno percorsi che tengono conto delle situazioni di partenza? I Paesi che hanno già fatto molto chiedono che ora facciano di più quelli che in questi anni sono stati più pigri: una misura unica “premierebbe” i più furbi, gli inquinatori. Analoga, e ancora più forte, è la tensione Nord-Sud, industrializzati (o post industrializzati) e in via di industrializzazione. I Paesi del Sud affermano che i Paesi ricchi, che hanno inquinato in tutti questi anni, compromettendo un pianeta che appartiene a tutti, devono fare lo sforzo maggiore. Imporre di ridurre le emissioni a Paesi che hanno bisogno di investimenti industriali, ad esempio per offrire elettricità a tutta la popolazione, significa condannarli a rimanere in condizioni di povertà. È una posizione che non riguarda solo i Paesi del Sud, anche la Cina ha preso posizione con vigore in questo senso. Ma la tensione non è solo sui criteri, si discute anche sui soldi. Chi paga per implementare le tecnologie non inquinanti, che sono più costose? Anche qui i più poveri chiedono assunzione di responsabilità ai ricchi che sono divenuti tali inquinando.
La Conferenza è solo all’inizio e si ha l’impressione che alcuni dei principali giocatori stiano tastando il terreno, facendo trapelare proposte sui giornali per vedere le reazioni. E proprio in questo è possibile vedere un elemento di novità di questa Conferenza di Copenaghen. Se prima le discussioni avvenivano solo fra diplomazie, oggi gli attori sono dentro e fuori la Conferenza, e si ha l’impressione che i delegati facciano uscire intenzionalmente i documenti “segreti” per far partecipare anche chi sta fuori, coscienti che tutto ormai diventa pubblico.
È difficile per ora fare previsioni. Gli strumenti per decidere, in una prospettiva che tenda a offrire ai nostri figli una terra arricchita e non depauperata, non mancano. Ma il rischio che i leader l’ultimo giorno rimangano impantanati, dalla crisi o dai mille incroci delle tensioni internazionali e dei veti reciproci, è purtroppo ancora molto alto.
Riccardo Moro