Scuola
La suora insegnante e la festa delle luci
Due notizie della settimana scorsa meritano qualche attenzione. La prima riguarda la "sollevazione" di alcuni genitori, in una scuola romana, perché l’insegnante di italiano, inviata dal Provveditorato, è una suora. La scuola è "laica" così l’argomentazione di chi protesta e dunque una suora non va bene. Indipendentemente dal fatto che sia o meno una brava insegnante. L’altra notizia coinvolge invece una elementare di Cremona e riguarda il Natale che, a scuola, diventa "festa delle luci". Ci sono tanti bambini non cristiani, bisogna rispettare tutti, dicono i sostenitori della scelta.
La vicenda di Cremona non è nuova. Ogni anno capita qualcosa di simile… tra presepe, crocifisso: c’è sempre qualcuno che pensa a simboli e segni religiosi come fastidiosi, quasi coercitivi delle coscienze. Generalizzando il caso specifico andrebbe conosciuto nel dettaglio, quantomeno approfondendo le ragioni degli insegnanti sembra che il multiculturalismo e il rispetto delle diversità, religiose in primis, si realizzino prevalentemente nell’ignorarle. E allora via simboli e segni dalla scuola. Non sia mai, ad esempio, che le giovani coscienze, venendo a sapere che il 25 dicembre è festa perché il mondo occidentale ricorda il Natale di Gesù, ne siano destabilizzate, o spinte a creare ghetti e divisioni tra chi è cristiano e chi non. Verrebbe da pensare, invece, che proprio la scuola debba essere il luogo dove le diversità si possono conoscere e apprezzare, senza ipocrisie, ma con l’attenzione che meritano. Un luogo, la scuola, dove confronto e dialogo dovrebbero abitare di diritto, spaziando a tutto tondo sull’esperienza umana, che comprende anche l’esperienza religiosa, profondamente inculturata nella vita delle comunità e dei popoli.
La vicenda romana è di segno diverso e piuttosto nuova, nel senso che non capita spesso. Segue però un filone che in questi anni si presenta a più riprese, in Italia e non solo. Perché mai una suora non dovrebbe insegnare in una scuola laica? Se ha i titoli, se è in graduatoria, se ha fatto i concorsi… Disturba l’abito? In Europa si è già posto il problema di insegnanti, in questi casi musulmane, che portano il velo, ad esempio in Germania e in Belgio. La questione di fondo riguarda la manifestazione pubblica delle scelte personali di fede. Si badi: il problema non è che le insegnanti in questione insegnino ai più piccoli le proprie convinzioni in qualche modo violando la laicità delle istituzioni cosa che darebbe qualche pensiero ma solo che le insegnanti manifestino pubblicamente con l’abito e tra l’altro non solo in aula la propria scelta personale di fede. Qui sta il nodo: esiste, ed è diffuso, il pensiero che la religione sia e debba essere solo un fatto privato. La sua "pubblicità", cioè la ricaduta nella vita pubblica delle scelte di fede dei singoli, viene sempre meno accettata. Inoltre, a ben vedere, in Italia questo pensiero si applica in particolare al cristianesimo, forse per una sorta di reazione al suo legame tutto speciale con la storia del Paese. Questo pensiero accompagna anche le critiche ai crocifissi nelle aule, alimenta una laicità malata di laicismo e che sconfina, a volte, in quell’atteggiamento che alcuni hanno definito cristianofobia.
La laicità autentica è ben altra cosa. In Italia come in Europa. È laica una società nella quale i diversi possono guardarsi l’un l’altro, riconoscendosi e apprezzandosi perché no? con le proprie differenze. Laica è una scuola come è davvero quella italiana, nonostante le sue tante magagne nella quale un patto educativo condiviso non ha paura di raccogliere gli apporti delle culture differenti che si intrecciano nell’esistenza quotidiana di allievi e famiglie. Ne fa garanzia la stessa Costituzione del nostro Paese.
Alberto Campoleoni