Educare è amare

“Dio oggi”

“Allenare” alla “dinamica della trascendenza” che “abilita a riconoscere Dio dentro la vita” incontrando le proprie domande più profonde: questo, secondo Paola Bignardi, pedagogista e membro del Comitato per il progetto culturale della Cei, il “segreto” per “educare a Dio”. Prendendo lo spunto dal convegno internazionale “Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto” (Roma, 10-12 dicembre), il SIR ha parlato con Bignardi degli aspetti educativi emersi o rilanciati dall’evento.

Quale prospettiva educativa emerge dalla riflessione? In altre parole che rapporto c’è tra educazione e fede?
“Mi pare che l’evento ‘Dio oggi’ avesse un taglio filosofico e teologico, e che dunque non abbia sfiorato i temi dell’educazione, e nemmeno quello dell’educazione della fede. Tuttavia non si può prescindere dal fatto che l’incontro dell’uomo con Dio avviene nella coscienza delle persone e deve essere preparato e sostenuto da quei dialoghi che pongono la persona davanti a se stessa e alle questioni serie della propria vita. Ecco, credo che per parlare di Dio occorra parlare della capacità o meno delle persone di stare di fronte a se stesse, di vivere in modo non superficiale, di fare quell’esercizio dell’andare oltre, che si potrebbe definire la dinamica della trascendenza. Di essa si può fare esperienza nella vita di ogni giorno; essa abilita a riconoscere Dio dentro la vita e a risalire dalla vita e dalle sue domande a Dio. Ciò che ostacola il cammino verso Dio è oggi la banalità, il senso di autosufficienza, il vivere accontentandosi delle cose materiali, senza incontrare mai se stessi e le proprie domande nel profondo della coscienza”.

Che cosa, in generale, la fede aggiunge all’educazione? Ossia in che cosa si differenzia l’educazione impartita da una persona di fede da quella impartita da chi fede non ne ha (contenuti, respiro, linguaggio, metodo…)
“Chi crede educa vedendo nell’altro l’azione dello Spirito e le meraviglie che esso compie nella coscienza delle persone, siano esse giovani o meno… I contenuti dell’educazione, in una prospettiva di fede, sono quelli di un’umanità integrale, intensa, profonda ancor prima che quelli della fede; il respiro è quello della speranza, che non è ingenuità, ma frutto di un discernimento che ritrova nella storia umana i segni dello Spirito, anche se incerti; il linguaggio è quello della fiducia nell’altro e nelle sue possibilità; il metodo è quello della pazienza che sa ascoltare, attendere, credere che il seme gettato nella terra germoglierà e prendersi cura di esso, quando il seme non si vede più e il germoglio non si vede ancora. In ambito educativo paga solo la pazienza dell’attesa”.

Che rapporto c’è tra educazione a Dio/alla fede e rispetto della libertà? C’è chi afferma che non è giusto educare un bambino a Dio, alla Sua esistenza e all’amore per Lui; che sarebbe meglio lasciarlo libero, senza battezzarlo, per dargli la possibilità di decidere in modo autonomo una volta cresciuto…
“Allora perché non fare lo stesso ragionamento a proposito della cultura? Anche la scuola, con la formazione che dà ai ragazzi, in un certo senso li condiziona a pensare la vita secondo i paradigmi di una cultura determinata. Si rispetta la libertà non quando non si fanno proposte, ma quando si mette una persona nelle condizioni di aprirsi alla vita e ai suoi valori. Penso che il ragionamento andrebbe rovesciato: ai figli i genitori desiderano dare tutto ciò che di bello e di grande essi hanno. Dunque non solo l’affetto, le cose materiali, la cura; ma la fede, l’orizzonte di una vita aperta su Dio, il Vangelo e il fascino di una prospettiva grande e bella com’è quella dei valori evangelici”.

Nell’educazione a Dio qual è il valore della testimonianza?
“La testimonianza è sempre decisiva, in ogni ambito dell’educazione. La si potrebbe chiamare semplicemente il mostrare, il far vedere. Far vedere ai bambini e ai ragazzi com’è una vita vissuta con Dio; mostrarne la bellezza e la convenienza, anche semplicemente umana. Far vedere, attraverso se stessi, Dio, il Suo amore, la Sua misericordia, la Sua mitezza, il Suo modo di chinarsi sull’uomo e far dono di Sé… Ed entrare in relazione con questo Dio nella preghiera, in cui i confini della propria vita e del tempo si aprono sulle dimensioni dell’eterno. I bambini che vedono i propri genitori vivere in questo modo la relazione con Dio ne restano colpiti, si mettono sulla stessa lunghezza d’onda con facilità perché vedono farlo chi li precede. Nell’adolescenza potranno confermare a meno questa esperienza, ma resterà dentro di loro il segno buono di una fede che ha immerso la loro vita in una dimensione di amore”.

Educare non può non fare rima con amare perché l’educazione è una relazione di amore e di fiducia. È d’accordo?
“Certamente educare fa rima con amare. Anzi, educare penso si possa definire con una singolare forma di generazione, e dunque di amore concreto e oblativo. Educare è generare le persone alla pienezza e al senso della vita, e dunque è un atto di amore”.

(16 dicembre 2009)